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| Alberto Statera e marcellopera per “la Repubblica”
Licio Gelli con i paramenti da Venerabile di loggia (P2) Covent Garden, al 60 di Great Queen Street, dove sorge Freemasons´Hall, palazzo Art decò edificato negli Anni Trenta su progetto degli architetti H. V. Ashley e Winton Newman, si riunisce nei giorni scorsi la Gran Loggia Unita d´Inghilterra, la madre di tutte le massonerie mondiali che colà ha la sua sede, con i Gran Maestri più importanti d´Europa. Tra i simboli iniziatici disseminati nel palazzo, che viene utilizzato anche come set di film ed è stato calcato di recente da Sharon Stone in «Basic Insinct 2», incedono davanti a Spencer Northampton, «Gran Maestro dei Gran Maestri», lo spagnolo, il francese, il belga, il tedesco.
E gli italiani, che sono due, di diverse «obbedienze»: il Gran Maestro del Grande Oriente d´Italia Gustavo Raffi, avvocato sessantatreenne di Ravenna, e il Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d´Italia Fabio Venzi, sociologo romano quarantunenne. Northampton ha convocato i fratelli d´Europa per studiare le strategie da attuare allo scopo di unire le forze di tutte le massonerie in un grande afflato ideale - e non solo - in questo mondo percorso da germi dilaganti di odio e di follia nel quale la massoneria deve recuperare il suo ruolo etico.
Gli italiani a Freemasons´sono la pietra dello scandalo, dilaniati come sono dalle lotte intestine e dalla conflittualità tra le massonerie regolari, inquinati da quelle irregolari, dall´indebolimento del «fondamento iniziatico», da una crescente «profanizzazione», tra mafie, politica, affari e inchieste giudiziarie, ultima delle quali quella della Procura di Catanzaro, appena sottratta al pm Luigi De Magistris, sul comitato d´affari trasversale con base in una loggia coperta di San Marino, dedito alla grassazione di fondi europei e all´irregolare assegnazione di appalti pubblici.
Per capire che cosa veramente sta succedendo nel potere massonico italiano, che litiga persino al cospetto del Gran Maestro dei Gran Maestri londinese, come è capitato a Freemasons´Hall, e che tanta parte si dice abbia nei periclitanti assetti del capitalismo e della politica italiana, bisogna attrezzarsi per fare un viaggio lungo la bellezza di 750 pagine nella straordinaria inchiesta («Fratelli d´Italia», in libreria questa settimana per Rizzoli) che il giornalista Ferruccio Pinotti ha compiuto tra templi e procure, scandali e eroi del passato, tarocchi e finanzieri, compassi e furbetti del grembiulino.
L´immenso tempio massonico è immerso nella penombra, al fondo della sala incombe un enorme monolite bianco sovrastato da un triangolo contenente un occhio. E´ di qui che parte il viaggio esoterico di Pinotti dinanzi ai maestri massoni che entrano con movenze lente, indossando abiti da cerimonia sui quali spiccano i paramenti dei liberi muratori, alla vita il grembiulino, al collo una fascia di raso che termina con un medaglione; altri, di grado più elevato, indossano lunghi mantelli, cinture e spade. Sono professionisti, medici, intellettuali, banchieri, militari, artisti che si stringono per mano, si abbracciano, in nome della fratellanza. I politici latitano, niente fotografie in grembiulino.
Gustavo Raffi - Foto U.Pizzi Siamo a Rimini per la Gran Loggia del 2007 che riunisce per tre giorni gli adepti del Grande Oriente d´Italia, la principale Comunione massonica italiana. Il Gran Maestro Gustavo Raffi apre la sua allocuzione con queste parole: «Siamo una delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato dal suo seno la storia dell´Occidente». Non sono parole sue, ma del professor Paolo Prodi, storico, fratello del presidente del Consiglio. Esulta Raffi perché gli adepti hanno superato il massimo storico dell´era repubblicana: 18.117 fratelli, rispetto ai 12.630 di dieci anni fa, nonostante la dolorosa scissione che ha dato vita alla Gran Loggia Regolare d´Italia, l´unica riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d´Inghilterra e che adesso Northampton ordina di riportare dentro il Grande Oriente d´Italia.
Si distinguono per tasso massonico, nell´ordine, Toscana, Calabria, Piemonte, Sicilia, Lazio e Lombardia, che, da sole, contengono più del 50 per cento dei fratelli del Grande Oriente. Un tasso massonico con incrementi senza precedenti. Un´autentica corsa alla Loggia, rivela il Gran Maestro: ogni anno riceviamo 1.600 domande, età media 42 anni, ma non possiamo accoglierne più di un migliaio, almeno finchè non ci sono passaggi all´ «Oriente Eterno», che in linguaggio profano tradurremmo come passaggi al cimitero.
Sì, dopo la P2, « la massoneria è in fase di ripresa», conferma Francesco Cossiga, di antica famiglia massonica, il quale intervistato da Pinotti, sostiene che in epoca piduista, «nelle votazioni per l´elezione del presidente della Repubblica arrivò ai massoni, deputati e senatori, una circolare di Licio Gelli perché votassero Sandro Pertini. Ma di questo - aggiunge - in Italia non si può parlare». Lui, invece, del suo predecessore al Quirinale ormai defunto è abilitato a dire ciò che vuole.
Se gode di ottima salute il Grande Oriente, sembra non vada peggio alla Gran Loggia Nazionale, detta più comunemente Loggia di Piazza del Gesù-Palazzo Vitelleschi, di cui hanno fatto parte Totò, Gino Cervi e Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese. Il Gran Maestro Luigi Danesin, consulente del lavoro e co-fondatore della Banca Popolare di Venezia, esibisce 8.800 aderenti, di cui il 27 per cento donne, unica obbedienza tra le grandi famiglie massoniche italiane che ammette la presenza femminile, trascurando la tradizione britannica, che concepisce invece la massoneria come un club esclusivamente maschile.
Alessandro Meluzzi - Foto Lapresse Certo - spiega Alessandro Meluzzi, ex deputato di Forza Italia, massone che sta per diventare diacono della comunità di Pierino Gelmini, quel prete assai ricco accusato di pedofilia - la Loggia implica un´iniziazione solare, mentre le donne rappresentano la metà lunare del cielo, le stelle d´Oriente, non d´Occidente. Non arriva a dire come Giuseppe Miraglia, libero muratore di Schiavonea, frazione di Corigliano Calabro che «le donne bisogna andarci a letto insieme e farle stare a casa». Che bisogna «andare in Africa a sterilizzare queste africane, perché fanno figli come conigli.
Sul Gran Maestro femminista Danesin, Licio Gelli, anche lui intervistato da Ferruccio Pinotti, cui consegna la presunta «notizia» di un´antica giovanile iscrizione di Carlo Azeglio Ciampi alla Loggia Hermes di Livorno, pur non condividendo i «grembiulini rosa» che non è opportuno siano presenti quando si prendono «decisioni delicate», cala la sua ala protettiva: «Questi che le mostro sono i moduli delle domande per chi vuole entrare, li consegno io stesso al Gran Maestro Danesin», garantisce.
La terza comunione più diffusa è la Gran Loggia Regolare d´Italia, nata da una scissione guidata dall´ex Gran Maestro del Grande Oriente Giuliano Di Bernardo quando gli dichiararono guerra all´interno perché accettò di collaborare all´inchiesta del procuratore di Palmi Agostino Cordova su massoneria e malavita organizzata. Unica riconosciuta dalla massoneria inglese, la Gran Loggia Regolare, 3.000 iscritti, è guidata oggi da Fabio Venzi, che a Freemasons´Hall pare non abbia gradito affatto l´invito di Spencer Northampton a ricongiungersi con i fratelli del Grande Oriente, accapigliandosi pubblicamente con Gustavo Raffi.
Carletto Freccero - Foto U.Pizzi Giuliano Di Bernardo, nel frattempo, si è messo a capo degli Illuminati d´Italia, un consesso che si richiama agli Illuminati di Baviera fondato nel Settecento, ma anche all´Ordine americano cui apparterrebbe pure Bill Clinton. Tra i cofondatori del consesso italico troviamo Carlo Freccero, ex Fininvest e poi direttore Rai, Rubens Esposito, responsabile degli Affari legali sempre della Rai, Sergio Bindi, consigliere della Rai e antico collaboratore del segretario democristiano Flaminio Piccoli, Severino Antinori, specialista della fecondazione assistita, il filosofo Vittorio Mathieu, il generale Bartolomeo Lombardo, ex direttore del Sismi, e il giovane lobbista Piergiorgio Bassi.
La Rai sembra un luogo di coltura della massoneria, se è vero, come testimonia il professor Aldo Mola, che al Grande Oriente giunse a un certo punto in dote una Loggia coperta, retta dal Venerabile Giorgio Ciarocca, alto funzionario del Servizio pubblico, di cui facevano parte Cesare Merzagora, Eugenio Cefis, Giuseppe Arcaini, il genero di Fanfani Stelio Valentini, il comunista Gianni Cervetti, nonché Guido Carli, Enrico Cuccia, Raffaele Ursini, Michele Sindona, il cardinale Franziskus Konig, e l´antico direttore generale della Rai Ettore Bernabei, notoriamente soprannumerario dell´Opus Dei.
Massoni, ex massoni e uomini dell´Opus Dei, il diavolo e l´acquasanta, il laicismo massonico e l´eccellenza cattolica negli affari. Un occhio particolare all´economia, negli Illuminati di Di Bernardo si entra oggi con il grado di quadrato, si diventa cerchi e infine triangoli, lo strumento utilizzato dal demiurgo di Platone per creare il mondo. Chi c´è ancora tra i vostri? - chiede Pinotti al Sovrano Grande Illuminato.
Lui, dopo un po´ di resistenza, lascia capire che vicino agli Illuminati c´è il banchiere Vincenzo De Bustis, oggi Deutsche Bank, l´uomo, considerato amico di Massimo D´Alema, che portò al Monte dei Paschi di Siena per un prezzo considerato allora esorbitante la Banca del Salento. E accetta persino di rispondere a questa domanda: «Qual è il profilo ideale di un illuminato nel mondo della finanza? « Il Sovrano non esita troppo e risponde: «Giovanni Bazoli, il presidente di IntesaSanpaolo».
Come se il capo degli illuminati gestisse una specie di stanza di compensazione paramassonica nella vecchia e stantia diatriba tra finanza laica e cattolica, che tuttavia la velocizzazione del grande business finanziario sembra relegare ragionevolmente nel passato, rispetto ai tempi dei grandi massoni dell´economia Alberto Beneduce e Vittorio Valletta.
Giovanni Bazoli - Foto U.Pizzi Mussari, Passera, Bazoli, Profumo: chi può credere veramente che questi signori, professionisti di vaglia che si confrontano ormai con un mercato globale, misurino le loro mosse di business sui binari dell´ortodossia di massonerie laiche o cattoliche? Pur con le massonerie regolari e irregolari oggi aggressive e arrembanti nel vuoto della politica. «Ai tempi di Cordova c´erano le Logge segrete, oggi tornano le Logge coperte dedite agli affari - sostiene il Grande Illuminato Di Bernardo - . Ma mentre prima nelle Logge segrete c´erano prevalentemente uomini d´affari, lobbisti privati, oggi sembrano farne parte anche rappresentanti delle istituzioni o figure a loro vicine».
Il caso Telekom Serbia, l´affaire Telecom, le inchieste delle Procure di Potenza e di Roma, la maxi-inchiesta della Procura di Catanzaro su massoneria e comitati d´affari, spunta sempre una sorta di «dominio occulto delle forze economiche e finanziarie», come le chiama il Gran Maestro Raffi. Ma massoniche o cattoliche?
O piuttosto cattolico-massoniche? «Nella vulgata di una certa finanza cattolica - divisa Raffi - chi non è dei loro, nel 99 per cento dei casi è massone. Si parla tanto di massoneria, ma sono altre le forze che stanno occupando la società italiana. Io, per esempio, andrei magari a vedere com´è organizzato in Lombardia lo strapotere di Comunione e Liberazione».
Per stare al mondo non della pura etica, ma degli affari, che sempre più spesso si confonde apparentemente con quello dell´anima, vale la pena di segnalare il terrore di Stefano Ricucci, furbetto del quartierino, quando i magistrati gli chiesero qualcosa sui furbetti del grembiulino: «Ahò, dotto´ - rispose al pm - ma lei vuole che a me mi uccidono stasera qui dentro. Lei forse non si rende conto di chi sta a toccare». Toccava la Banca Finnat di Giampiero Nattino, una delle più potenti figure della finanza vaticana, consultore della Prefettura degli affari economici della Santa Sede. E Ricucci sbottava: «Da quando ero piccolo così, lo sa tutta Italia che la massoneria... De Bustis, Caltagirone, Nattino sono tutti. la massoneria».
La massoneria poi cos´è? - sembra chiedersi Pinotti al termine dell´interminabile viaggio di 750 pagine. Una cosa che ha il cuore a sinistra e la testa a destra? Boh. Di certo «non è vero che tutti i massoni sono delinquenti, ma non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse anche un massone», come disse il massone Felice Cavallotti prima di essere ucciso in duello da un suo fratello massone.
IL LIBRO… “Fratelli d’Italia”, libro-inchiesta di Feroccio Pinotti è in uscita domani per le edizioni Futuropassato della Bur (pp. 760, 14 euro). Racconta l’Italia silenziosa e clandestina della massoneria, determinante nella vita del nostro Paese, specialmente nel suo livello economico-finanziario. Fatti e nomi di chi è gravitato o gravita nell’orbita della massoneria, condotta attraverso interviste, documenti, atti giudiziari, testimonianze inedite.
Marco Dolcetta and marcellopera per âlâUnità â
Non è ancora placato lâardore sovversivo di Licio Gelli.
A ottantotto anni, durante la preparazione di una intervista televisiva
sulla guerra di Spagna, il capo della P2 annuncia il piano aggiornato
di «Rinascita», anticipandone la parte monarchico-finanziaria. Consiste
nel trasformare il Vaticano e la repubblica di San Marino in Stati, per
così dire, off-shore. Ma non solo visto che sta brigando anche con
aristocratici di varia caratura. Lâultima illusione di un ex
burattinaio attempato? Forse.
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| (Licio Gelli - dal settimale 'CHI') |
Anche se considerati i precedenti e la tempra del personaggio (oltre alla considerevole rete di conoscenze) con Gelli
non si può mai dire. «San Marino e Vaticano», annuncia, «devono
diventare i nuovi snodi extraterritoriali ma limitrofi allâItalia che
permettano il trading internazionale del petrolio e delle altre fonti
di energia. Notoriamente le teste regnanti e gli emiri gradiscono
trattare, almeno formalmente, con dei loro pari grado. In Italia
abbiamo un erede, Vittorio Emanuele, con suo figlio Emanuele Filiberto,
oppure, anche eventualmente un altro ramo, gli Aosta con Amedeo e il
figlio Aimone. Sarebbe un bene per tutti un loro interessamento,
lasciando a Roma quella vera e propria corte dei miracoli con principi
viziosi del bon ton e ladies dellâimpero degli amari. Se il progetto
avesse seguito ne risulterebbe un grande indotto economico finanziario
di enorme portata per lâItalia intera; ma da risolvere è ancora la
spinosa questione dellâeredità e della successione. Câè una lettera di
Umberto che toglie ogni prerogativa a Vittorio, che si è sposato con
Marina, non nobile».
Sul Vaticano e Gelli ci sarebbe
molto da raccontare. Pierre de Villemarest già agente del II Bureau
ovvero il Servizio Segreto francese racconta nel libro âLe KGB au coeur
du Vaticanâ che secondo documenti in suo possesso Gelli avrebbe
svolto unâattività di agente del KGB allâinterno del Vaticano,
agevolando ogni genere di azione destabilizzante ai danni dei Papi,
Paolo VI, Giovanni Paolo I e anche Giovanni Paolo II. Informo di questo
Gelli il quale ribadisce di essere nato fascista, di essere
stato educato come un fascista, di aver combattuto da fascista e che
vorrà morire da fascista e mi invita anche, quando incontrerò
Villemarest a guardarlo negli occhi.
Naturalmente molto Gelli
parla di soldi e di politica. A parte i casi più conosciuti dello IOR,
di Marcinkus, di Calvi e della Rizzoli, le transazioni attuate dal
Venerabile sono di ogni genere e riguardano personaggi per così dire,
insospettabili. «Per esempio, in più riprese Giorgio Almirante, mio
vecchio amico dai tempi di guerra, mi chiese un aiuto negli anni
Sessanta. Non le saprei dire se quei milioni che gli prestai
servivano a lui o al suo partito, quello che so di certo e che me li ha
resi tutti nel tempo e nei modi concordati. Tanto che nel 1973 venne
nella mia suite allâHotel Excelsior di Roma, in compagnia del giovane
Gianfranco Fini, che rimase ad aspettarci nella hall, e mi richiese un
prestito di diversi milioni. Visto che si era comportato in maniera
onesta e onorevole con me gli prestai quei soldi».
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| (Claudio Martelli con la moglie Camilla - U.Pizzi) |
Capitolo Martelli.
«Anni dopo, invece, a Villa Wanda sono stato al corrente del versamento
da parte del Banco Ambrosiano sul Conto Protezione il cui numero era
stato appuntato da Claudio Martelli. Era una busta intestata della Camera dei Deputati. Martelli
che è stato anche Guardasigilli dello Stato italiano me lâaveva data
perché la passassi a Calvi. Sopra, infatti, insieme al nome Conto
Protezione, câera scritto il riferimento della banca UBS di Lugano e il
numero del conto: 633369â¦, Calvi doveva provvedere ai due versamenti di
3,5 milioni di dollari in due riprese come aveva concordato con il mio
amico Martelli. Martelli lâavevo conosciuto nel 1976
presentatomi dal professor Fabrizio Trecca e Mazzanti che era
presidente dellâEni e con Di Donna che era lâamministratore delegato,
io ho fatto solo da tramite. A volte ci vedevamo allâExcelsior dove
pranzavamo insieme oppure andavo a trovarlo nella sua casa romana di
via Giulia. Con Martelli parlavamo di tante cose, anche di
massoneria. Diceva che il Psi era in gravi difficoltà economiche e
avevano uno scoperto di 19 miliardi con il Banco Ambrosiano di Calvi e
di 3 miliardi con il Monte dei Paschi di Siena.
Si decise così
di far circolare dallâEni il denaro direttamente alla Banca di Calvi
che lâavrebbe versato ai socialisti come soldi senza ritorno, ovvero i
cosiddetti contributi, cioè quattrini dati a fondo perduto. Fu così che
lâEni - che verrà beneficiata dal referendum antinucleare voluto da Martelli
- versò 50 milioni di dollari sul conto dellâAmbrosiano. Calvi accordò
di defalcare il debito accumulato ormai a 19 miliardi di lire dagli
interessi dellâEni al Conto Protezione di Martelli e Craxi. La faccenda si trascinò negli anni con Martelli sempre a chiedere soldi in tranches di 3 milioni e mezzo di dollari».
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| (Craxi, Pannella, Martelli e Rutelli) |
Gelli
sostiene di non essere più interessato agli intrighi economici e
politici. «Anche come poeta e scrittore oggi posso dirle che
lâinchiostro è finito. Questo è il titolo del mio ultimo libro di
poesie, anche se ci sto già ripensando e ne preparo uno nuovo. Inoltre
ho fatto realizzare unâopera sinfonica con libretto da me scritto,
musica composta», assicura, «da grandi professionisti».
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
Il processo si conclude con una condanna a 12 anni per bancarotta fraudolenta. Sentenza confermata il 22 aprile ’98 dalla Corte di Cassazione. Sembra che ad attenderla ci fosse una cella del carcere di Opera. Il giorno che vengono a notificarle l’ordine di carcerazione lei risulta irreperibile. Sparito, ancora una volta. Vennero a cercarmi a Villa Wanda ma io mi trovavo a Capolona, nel Casentino. Avevo festeggiato lì il mio compleanno. La sera prima della notifica invece di tornare ad Arezzo mi fermai a dormire in un albergo. Quale, però, non lo dico. Come non le dirò i nomi delle persone che mi hanno aiutato in quell’occasione.
Lei cercherà rifugio, ancora una volta, in Costa Azzurra. E precisamente a Nizza e poi a Cannes. Può almeno raccontarmi qualcosa del suo periodo da latitante? Vivevo in un residence, il Jardin de la Croisette, dove riuscivo a incontrare anche delle persone care. Ancora una volta, avevo cambiato aspetto. Sembravo senz’altro molto più vecchio, vestivo in modo diverso. Per poter uscire dal mio alloggio e poter muovermi tranquillamente per strada, avevo acquistato per 10.000 franchi un organetto a rotelle, di quelli automatici. Giravo a volte con un gatto accucciato sopra la cassa armonica. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare che quel vecchio cantastorie fosse Licio Gelli. Percorrevo il lungomare e incontravo anche chi mi lasciava qualche offerta. Sono andato avanti così per quasi quattro mesi, praticamente tutta la stagione estiva.
È stato appurato che durante la latitanza riuscì anche a farsi operare al cuore in una clinica di Marsiglia. Ovviamente sotto falso nome: Leopoldo Cappelletti. Ho avuto un infarto. Mi hanno ricoverato in camera di rianimazione. Avevo perso i sensi, so che mi hanno trasportato in ospedale con l’ambulanza e ricoverato. Per i medici ero solo un paziente da operare d’urgenza.
Il 10 settembre 1998 verrà arrestato. Proprio durante una delle sue passeggiate. Sono le 10.30 del mattino e lei viene fermato in Boulevard Carnot; al suo fianco c’è la sua compagna Gabriela Vasile. Le chiedono i documenti e lei ne esibisce uno intestato a Mario Bruschi, aretino, classe 1929. Anche la notizia della sua cattura, però, finirà per alimentare un piccolo giallo. Le autorità francesi, infatti, finiranno per ridimensionare il ruolo della polizia italiana che pure ne rivendicava uno fondamentale nel buon esito delle indagini. Come andò esattamente? I particolari della polemica, che pure finì sui giornali, non li ho mai capiti bene. Di certo fui fermato da un agente francese. Mi chiese i documenti, in strada. Era in divisa, la divisa della polizia francese. Gli agenti italiani li ho visti dopo, al momento della mia estradizione.
Provvedimento che lei, stavolta, accettò di buon grado. Si dice per sfuggire alla galera francese, molto più dura. Volevo tornare in Italia perché era giusto, era il modo migliore di affrontare la situazione. Tornassi indietro, non fuggirei. Essere scappato ancora una volta è stato un errore, commesso sulla base dei consigli di uno dei miei avvocati. Mi aveva convinto ad allontanarmi perché, diceva, sarebbe stato meglio anche ai fini di studiare una possibile soluzione per evitarmi il carcere. Credo, invece, sia stato uno sbaglio. È anche vero che non avevo avuto molto tempo per pensare e prendere una decisione. Quella sera, a Roma, incontrai l’avvocato intorno alle 20, in via Veneto. Dovetti decidere in fretta. Andai in albergo e l’indomani partii per la Francia. Pensavo, in verità, di dover rientrare di lì a poco. Giusto il tempo che venisse trovata sufficiente documentazione medica per chiedere un ammorbidimento della pena. Al momento opportuno avrei potuto consegnarmi alle autorità elvetiche come avevo fatto dieci anni prima.
Nel luglio 1990 un ex agente della Cia, Ibrahim Razin, in un'intervista rilasciata al Tg1 Rai rivela che tre giorni prima dell'assassinio del leader socialdemocratico ed ex premier svedese Olof Palme, avvenuto la sera del 28 febbraio 1986, lei aveva inviato a Philip Guarino un telegramma col seguente messaggio: «L’albero svedese verrà abbattuto». La prova che la P2 avrebbe continuato a operare anche dopo il suo scioglimento e per di più in ambito internazionale... Un’invenzione tra le più incredibili. Ma si immagina se io, con tutti i problemi giudiziari che avevo e la polizia che mi dava la caccia in mezzo mondo, avrei mai potuto inviare un telegramma in America per annunciare l’assassinio di un politico?! Infatti il servizio, che tanto scalpore ha provocato in Italia, è stato pressoché ignorato in Svezia, dove hanno un'idea diversa della matrice dell’attentato.
La vicenda della P2, sotto il profilo giudiziario, si chiude nel marzo 1996 con un’assoluzione. Smentite dai giudici le accuse di cospirazione politica. Anche se molti fra i suoi accusatori non hanno cambiato opinione e i sospetti non sono mai rientrati. Qual era il vero obiettivo della P2? Governare senza essere al governo. Fornire suggerimenti e stimoli che potessero risultare utili. Non eravamo per la perfezione, che è pura utopia, ma per un miglioramento del tenore di vita di tutti. Nel vero spirito della massoneria universale. Recita una vecchia massima: «Comportati bene con lui, perché è amico di un massone». Le mani dei “fratelli” devono essere bianche anche sotto i guanti. Mi interessava riportare la massoneria italiana ai livelli di prestigio e influenza che aveva avuto nell’Ottocento; portarla a interessarsi non soltanto di esoterismo ma anche di problemi attualissimi, per esempio il ruolo della scuola e della famiglia nella società, l’economia… Lo stato filosofico è un conto, ma è quello operativo che conta di più. Non eravamo lontani dal traguardo che ci eravamo prefissati. Si sentiva dire al Consiglio dei ministri: «Buono questo provvedimento, ma che ne penserà la massoneria?» E qualche ministro provvedeva a scoprirlo: venivamo sempre contattati.
Un potere occulto. La loggia comprendeva, fra gli altri, 44 parlamentari, 3 ministri, 1 segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri e 5 della Finanza… Non era il potere che ci interessava. Il potere ti viene tolto, si perde. Credevamo nella fratellanza: ci sentivamo tutti alla stessa stregua, fratelli appunto, e parlavamo la stessa lingua. Ci aiutavamo, perché anche la solidarietà è un valore. Ma non calpestavamo i diritti altrui. Ecco, la cosa che ancora mi addolora è che la Commissione Anselmi, indagando, non si sia mai sforzata di capire, presa com’era a formulare accuse che poi, in sede processuale, non hanno retto all’onere della prova.
Un quarto di secolo dopo qual è il suo bilancio? Reputo la vicenda della P2, cioè l’inchiesta e il polverone seguiti alla perquisizione di Arezzo, uno scandalo nello scandalo. Forse quando fu fatto scoppiare c’era bisogno di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi più importanti. Mi hanno addebitato molte colpe. Resta il fatto che tutte le gravi accuse che mi sono state mosse con gli anni si sono sciolte come neve al sole.
Quanto le è costato, in termini economici, difendersi nelle sedi processuali e durante le inchieste giudiziarie? In avvocati ho speso qualcosa come quattro miliardi di lire.
C’è qualcosa di cui si pente? No, non mi pento di nulla. Anche perché non credo di esser stato causa di danni madornali. Un errore, forse, l’ho fatto: quello di fidarmi troppo degli uomini.
Come vive oggi? Da pensionato. Leggo molto ma non scrivo più. «Ho finito l’inchiostro» come ho titolato la mia ultima raccolta di poesie. Vedo, con soddisfazione, che i miei scritti cominciano ad acquistare valore. Una mia poesia, Ma ella non rispose, da me donata nel 1973 a una persona cara, è stata battuta all’asta da Christie’s, a Roma, e acquistata per 2.800 euro. Christie’s è la casa d’aste più famosa del mondo; insieme alla mia poesia hanno battuto manoscritti di Bellini, Manzoni, Leopardi.
Riceve ancora molte persone? Sì, un certo numero. Compatibilmente con la mia età e qualche problema di salute, cerco di dare ascolto a chiunque chieda di incontrarmi. Comunque rispondo puntualmente a tutti quanti mi scrivano.
Cosa le chiedono? Molte cose. Un’assistenza, un consiglio, un suggerimento. Comprensibile, considerata la veneranda età che ho raggiunto.
Forse per molti lei è rimasto il Venerabile… Può darsi.
Perché non è più rientrato nella massoneria? Non credo più nell’essere umano. Tornassi indietro rifarei tutto daccapo. Soltanto, prenderei qualche precauzione. Io ero pieno di ideali, valori, ideologie; ho sempre creduto nella solidarietà. Ho dato tanto senza chiedere niente in cambio. Quando me ne andrò, mi porterò dietro molti crediti e nessun debito.
Pensa mai alla morte? La morte non esiste. Se ci sono io, lei non c’è. Quando ci sarà lei, io non ci sarò più.
Lei è credente? Ci sono cattolici credenti e cristiani credenti. Io appartengo alla seconda categoria.
Molti sospettano che la P2 esista ancora. E che continui a operare, magari sotto un altro nome. La loggia massonica Propaganda 2 è stata una realtà unica e irripetibile. Che oggi non avrebbe più senso. Ci sono organizzazioni molto più potenti, di respiro internazionale ma nello stesso tempo riservatissime.
Può citarne qualcuna? L’Opus Dei. Una ragnatela che copre tutto il pianeta, tessuta da persone validissime. È chiamata massoneria bianca.
32 – Fine
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
Come si svolgeva la sua giornata da latitante? Cercavo i contatti con gli amici. Quelli di cui potevo ancora fidarmi. Mi spostavo continuamente. In treno, in auto, da solo, accompagnato da amici. I contatti con i miei legali mi imponevano di tornare in Italia sempre più spesso.
Usò mai il suo salvacondotto di diplomatico argentino nei suoi spostamenti all’estero? No, per il semplice fatto che nella primavera del 1981, in seguito all’esplosione dello scandalo, mi ero dimesso da ogni incarico. Avevo restituito il passaporto diplomatico, così come avevo lasciato la massoneria.
Girava quindi con documenti falsi. Ovvio. Avevo un nome finto. Ero braccato, inseguito. Ma questo non mi ha impedito, il 7 giugno del 1986, di presentarmi a Fiuggi, al convegno nazionale Maxiprocesso: quale giustizia? organizzato dalla camere penali di Roma, con magistrati in platea e al tavolo dei relatori. Avevo ideato anche un linguaggio in codice per comunicare con mia moglie e i miei figli. Ogni casa, residenza di amici, recapito, era stata ribattezzata con nomi di parenti o di persone inesistenti o anche semplicemente con dei numeri.
Aveva paura di essere riconosciuto e quindi di nuovo arrestato? Paura l’ho provata una sola volta. Ero in auto, dalle parti di Arezzo. Tornavamo da Perugia, dove mi ero recato per incontrare uno dei miei avvocati. Fummo fermati dai Carabinieri, a un posto di blocco sulla strada. Non ero io al volante; guidava un mio amico. I carabinieri chiesero a lui la patente, i documenti dell’auto, poi però guardarono dentro l’abitacolo, cominciarono a fissarmi e infine chiesero di poter avere anche un mio documento. Temevo sospettassero qualcosa, che mi avessero riconosciuto. In realtà segnarono i dati della mia carta d’identità finta sul brogliaccio, accanto a quelli dell’amico che era alla guida. Insomma, la solita procedura dei posti di controllo. L’avevamo scampata.
Tra le carte del suo archivio ho trovato biglietti ferroviari, ricevute di alberghi e ristoranti da lei frequentati durante la latitanza. Un suo appunto precisava che era tornato persino a Villa Wanda, per incontrarsi con un avvocato, prima di trasferirsi a Milano, in un appartamento di viale Abruzzi, a due passi da piazzale Loreto. Potevo contare su molti alloggi. Di proprietà di amici fidati o presi in affitto dai miei figli. Erano molti, perché solo così era possibile spostarsi frequentemente e far perdere le proprie tracce.
Dove viveva tra l’agosto 1983 e l’estate 1987 quando, lunedì 21 settembre, decide di presentarsi al palazzo di giustizia di Ginevra per consegnarsi alle autorità di polizia che la cercavano ? A parte Milano e la Costa Azzurra, sicuramente a Roma, in un appartamento di proprietà di un onorevole democristiano. Era in via Toscana, a pochi passi da un commissariato di polizia. C’erano gli agenti di guardia, notte e giorno, e io passavo tranquillamente davanti a loro. Ho abitato lì a lungo, per quasi un anno, insieme a mia moglie. Quando ero a Firenze, alloggiavo all’hotel Baglioni. E lì mi trovai faccia a faccia con Tina Anselmi, che mi faceva dare la caccia in mezzo mondo.
Cioè? Come avvenne quell’incontro? Furono due incontri. Un giorno, uscito dalla camera, prendo l’ascensore. Un piano più sotto si ferma, le porte si aprono e tra le persone che salgono riconosco la Anselmi. Alloggiava nel mio stesso albergo. Dico “buongiorno”, fingendo indifferenza. Lei risponde puntuale e cortese. Non mi aveva riconosciuto. Allora decido di prendermi una piccola soddisfazione. La faccio avvicinare da un amico fidato che le parla di me come di un imprenditore residente nel suo collegio elettorale, interessato ad aprire un supermercato. L’amico le spiega che vorrei incontrarla, per parlarle del mio progetto. Lei accetta e fissa un appuntamento per il giorno successivo. Io mi presento, con una cartella piena di fogli sotto il braccio, i baffi, i capelli tagliati a zero e gli occhiali con una nuova montatura. Mi dà la mano, gentile. Ci parliamo, lei promette il suo interessamento. Senza accorgersi, aveva incontrato l’uomo su cui stava indagando.
Nel dicembre 1987 la Corte d’Assise di Firenze la condanna a otto anni per aver finanziato un gruppo di terroristi per gli attentati ai treni negli anni tra il ’73 e il ’75. In particolare si parla di 18 milioni di lire fatti avere ad Augusto Cauchi, leader di una cellula antifascista in Toscana, per l’acquisto di armi ed esplosivi. La condanna verrà annullata in secondo grado grazie al fatto che la Svizzera aveva concesso la sua estradizione solo per reati finanziari. Il padre di Cauchi, Loris, nel maggio 1988 mi ha spedito una lettera indirizzandola a mio figlio Maurizio. Cauchi è quello che avrebbe riferito ad Andrea Brogi – un neofascista implicato nel processo per gli attentati ai treni del 1974 – che io avrei dato i 18 milioni per le armi. Bene Loris Cauchi, nella lettera, spiega che suo figlio ha sempre smentito di avermi conosciuto e che «tutto quello che è stato detto su questo finanziamento e su questa amicizia» diceva proprio così «non è altro che il frutto di una mente malata e malvagia». Consegnai la lettera alla Questura di Arezzo e al mio avvocato Fabio Dean, che la allegò al terzo motivo del processo d’Appello a Firenze.
Suo figlio Maurizio ha raccontato anche di un accordo con il Partito radicale italiano per farla candidare al Senato in vista delle elezioni politiche del giugno 1987. Non fui io a cercare l’accordo. L’iniziativa era di Marco Pannella. Ebbi modo di ascoltare dalla sua stessa voce l’intenzione di candidarmi, in occasione di un suo comizio in piazza Navona, a Roma. Mescolato alla folla c’ero anch’io. Comunque non ho mai incontrato Pannella né ho mai discusso con lui di quest’ipotesi. Certo è che ogni volta annunciassi di voler tornare in Italia veniva emesso un nuovo mandato di cattura contro di me. È per questo che ho rinunciato a candidarmi.
Allora come si spiega questa mano tesa da parte del leader radicale? Gli sono sempre piaciute le provocazioni. Marco Pannella ha candidato al Parlamento anche Ilona Staller, una pornostar allora popolarissima.
Il 7 febbraio 1988 le autorità svizzere concedono la sua estradizione per i reati finanziari. Lei, tradotto in Italia, finisce rinchiuso nel carcere di Parma con un trattamento, si disse, molto speciale. Alla Certosa di Parma venne allestito una sorta di appartamento, costato circa 3 miliardi di lire. Due stanze e un bagno, ma complete di tutto. La sera passavano a chiedermi cosa preferissi per la cena; a tavola ero servito da due poliziotti, con i guanti. Avevo a mia disposizione anche un frigorifero e una macchina da scrivere. Sono uscito l’11 aprile, per motivi di salute.
A quella data era indagato da quattro Procure: Milano, Roma, Firenze e Bologna. I giudici milanesi le contestano il reato di concorso in bancarotta con gli amministratori e i sindaci del Banco Ambrosiano, che le costa il rinvio a giudizio. Durante l’inchiesta lei si difende chiedendo una perizia contabile. Eravamo pronti a pagarla noi, se necessario. Sarebbe dovuta servire a dimostrare che il Banco Ambrosiano, essendo ben patrimonializzato, non doveva fallire e che il denaro trovato nei miei conti era mio, frutto cioè delle mie attività e non riferibile alle operazioni del Banco Ambrosiano. Conti nella banca di Calvi io non ne ho mai avuti. Con l’Ambrosiano avevo svolto una sola operazione: avevo concesso all’istituto un prestito di 10 milioni di dollari, che in un mese mi erano stati puntualmente restituiti, con gli interessi. Se avessi saputo che la banca rischiava il fallimento, mai avrei concesso quel prestito. Sarebbe stata un’operazione rischiosa.
Perché una banca doveva chiedere un prestito a lei? Tutte le banche hanno bisogno di avere un surplus di liquidità. Per prestiti alla fine dell’anno sono disposte a concedere interessi anche particolarmente alti. Nel mio caso, la richiesta arrivò da Aldo Alasia, un funzionario dell’Ambrosiano, che si impegnò a farmi restituire la somma entro un mese esatto. Io spedii del danaro all’Ambrosiano da un mio conto in Svizzera, loro l’inviarono a Nassau e, dopo 30 giorni, me lo restituirono con 113.000 dollari di interessi.
In realtà le furono contestati 182 miliardi di lire provenienti da una consociata estera e riferiti, credo, all’operazione Rizzoli. Non l’hanno mai dimostrato. La transazione per la cessione della Rizzoli, regolarmente denunciata, mi ha fruttato un miliardo e mezzo di lire. Tutto il resto era denaro da me guadagnato nel corso della mia lunga attività. I soldi, spesso, me li spediva Ortolani. A quali banche si appoggiasse, se in Sud America o meno, questo non mi interessava e non l’ho mai saputo. Non sono mica un banchiere…
All’apertura del dibattimento, celebrato a Milano, lei rinuncia all’avvocato di fiducia. Che senso aveva quella mossa? Non mi sentivo un imputato, quindi pensavo di non dover avere un avvocato difensore. Non mi ritenevo semplicemente innocente, io ero totalmente estraneo alla vicenda. Ripeto: totalmente estraneo. Lo scrissi anche al presidente della Corte che doveva giudicarmi. E infatti non mi sono mai presentato in aula. «Non riconosco questa Giustizia» scrissi. La conseguenza è che dovettero sospendere il dibattimento per due settimane. Nessuno voleva accettare la mia difesa.
Nel ’93 lei chiede ai giudici milanesi di potersi recare a Parigi, per assistere sua moglie, gravemente malata. Mi ricevette il procuratore Francesco Saverio Borrelli, anche con grande riguardo, ma il permesso mi fu negato. Mia moglie è morta nel ’94, l’anno del nostro cinquantesimo anniversario. In tanti anni non mi ha mai lasciato solo. Ci sono due sue borse, di sopra, appoggiate su una poltrona. Le ha lasciate lì lei. Io le guardo, le sfioro ma non le ho mai spostate. Mi piace pensare che lei un giorno possa tornare a prenderle.
Durante il processo in Cassazione si parlò di accordi segreti, siglati in Svizzera nell’aprile del 1996, per arrivare a una transazione nel tentativo di alleggerire la sua posizione, eliminando anche tutte le cause civili e penali pendenti in territorio elvetico. Posto che una clausola di quegli accordi mi vincola al segreto, posso dire di aver fatto una transazione con l’Ambrosiano perché mi conveniva. La Svizzera avrebbe potuto emettere un provvedimento di confisca dei miei beni, nonostante in territorio elvetico non fossi neppure imputato. Cercai l’accordo perché volevo essere trattato come lo era stato il Vaticano, che aveva restituito il 20 per cento degli ammanchi, evitando così ulteriori complicazioni. Io dissi: prendete la stessa percentuale anche a me.
Lei parla dell’accordo raggiunto dal Vaticano a Ginevra, nel maggio 1984, per evitare l’arresto di Markincus... Ne venni a conoscenza con un certo ritardo grazie a un articolo di giornale. Scoprii così che il Vaticano aveva restituito 250 milioni di dollari. Segno, per altro, che li doveva restituire. Il Vaticano, infatti, prende ma non dà. C’era stata una cena a Castelporziano, nella residenza estiva del presidente della Repubblica, con Giovanni Paolo II ospite di Sandro Pertini, e proprio in quella occasione si era parlato di un accomodamento. Speravo di trovarne uno anch’io. Sarebbe stato conveniente anche per l’Ambrosiano. Avrebbe ottenuto da me 50 miliardi di lire dell’84 (quindi almeno 100 con gli interessi) contro gli 80 che ha ottenuto, al lordo delle spese legali, con la sentenza, a processo finito. Ma certo non è, questa, l’unica stranezza.
Cioè? Alla fine mi hanno restituito 18 miliardi di lire in franchi svizzeri, 250 chili di lingotti d’oro. Perché lo hanno fatto? Forse alla Liquidazione dell’Ambrosiano conveniva transare più che a me. Come possono dire che io sia il responsabile della bancarotta?
Di questa vicenda si occupa, con dovizia di particolari, il libro “Crack Ambrosiano”. Il risparmio tradito scritto dall’avvocato Gianfranco Lenzini, legale dei piccoli azionisti della banca di Calvi. Nel libro, che ricostruisce «la spartizione del suo tesoro svizzero», si parla anche della sparizione di 8 milioni e mezzo di dollari depositati all’Ubs di Ginevra su un suo conto cifrato, sequestrati per ordine della magistratura milanese e mai più tornati. Come è andata? I soldi erano stati sequestrati dall’ufficio federale di polizia di Berna su richiesta dei magistrati Renato Bricchetti e Antonio Pizzi, a seguito della sentenza del Tribunale federale che li riteneva provenienti dalle spoliazioni del Banco Ambrosiano. Nell’accordo si diceva che anche questi 8 milioni e mezzo di dollari dovessero essere ripartiti con le percentuali dell’accordo – segreto anche questo – stipulato a Zurigo nel luglio 1989. E cioè: 45 per cento alla liquidazione del Banco Ambrosiano e 55 per cento alle liquidazioni delle banche consociate estere. La ripartizione doveva avvenire non appena l’autorità svizzera avesse tolto il sequestro penale. Dopo il dissequestro occorreva la mia procura per ritirare il denaro. Ma i fondi sono stati incassati senza che avessi mai rilasciato una procura all’avvocato di Lugano che era l’esecutore degli accordi.
Quindi sia lei che Lenzini avete presentato denuncia… L’avvocato Lenzini ha fatto delle ricerche alla Corte d’Appello ma non ha trovato alcuna traccia documentale né del dissequestro né della consegna dei fondi. Soltanto a parole, gli è stato detto da un magistrato che questi soldi probabilmente sono stati restituiti direttamente alla Liquidazione del Banco Ambrosiano, senza seguire la procedura del sequestro giudiziario. Ma non potevano farlo!
Vuole dire che l’hanno derubata? Ho presentato una denuncia per riciclaggio. Se qualcuno ha preso quel denaro ritenuto di provenienza illecita – lo dicono i giudici, mica io – ha commesso un reato. I soldi non potevano essere incassati da altri, se non dall’autorità giudiziaria con un regolare procedimento che però non c’è. Tutti i tentativi fatti per avere spiegazioni dall’avvocato Riva, esecutore degli accordi, dalle autorità svizzere e dall’Ubs si sono rivelati vani.
31 – Continua
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
Clara Calvi, moglie del banchiere trovato morto a Londra, sotto il ponte dei Frati neri, dichiarerà che lei era solo il quarto nella gerarchia del vertice piduista: sopra di lei c’erano Andreotti, il segretario generale della Camera dei Deputati Cosentino e persino Ortolani. Se anche fosse stato così, Clara Calvi non l’avrebbe mai neppure saputo. Neanche da suo marito, che a sua volta non sarebbe stato al corrente di certi dettagli.
Qualcuno ha ipotizzato che il vero capo della P2 fosse Giulio Andreotti. No, Andreotti non aveva nulla a che fare con la P2. Sapeva che esisteva, come lo sapevano molti altri. Per esempio Papa Paolo VI.
Il 4 luglio 1981, all’aeroporto di Fiumicino, viene arrestata sua figlia Maria Grazia. Trasporta una valigia con doppio fondo, dalla quale spuntano documenti sull’uso politico dei servizi di sicurezza. Da una delle carte risultava che nel ’79 il prefetto Pelosi avesse incaricato la Guardia di Finanza di indagare su De Michelis. Il ritrovamento di quei documenti verrà poi letto come un messaggio diretto ai socialisti, perché prendessero le difese della P2. Quell’indagine, che non riguardava la persona di Gianni De Michelis ma un suo familiare, era stata richiesta da Bettino Craxi. Se ne era occupata la Guardia di Finanza. Credo che alla base di quest’iniziativa ci fosse la necessità di verificare alcune indiscrezioni giornalistiche. Poco più che pettegolezzi.
Craxi, però, rilasciò subito dichiarazioni in suo favore. Nel suo intervento alla Camera dei deputati dirà: «Hanno trovato i colpevoli ancor prima di aver individuato la colpa»… Ma questo perché eravamo in buoni rapporti, da tempo. Craxi era una persona intelligente, sapeva che non avevamo commesso i crimini che ci venivano attribuiti. Che poi erano tutto e il contrario di tutto.
Qualcuno ha anche ipotizzato che Maria Grazia si fosse fatta arrestare, in accordo con lei, per far saltare fuori quei documenti – nella valigia c’era anche la versione integrale del Piano di rinascita democratica – e far sì che chi doveva capire capisse. Anche all’interno del governo? Avevo dato quelle carte a mia figlia perché le consegnasse a una persona. Nella valigia non trovarono solo il Piano di rinascita democratica, ma alcune parti di un progetto redatto dalla Cia per danneggiare alcuni Paesi europei.
Credo si riferisca al Field Manual firmato dal Capo di stato maggiore Usa William Westmoreland, e classificato “top secret”. Lei, nascosto a Montevideo, come viveva quei giorni? Stavo nella mia casa, una villa molto vicina a quella dove avevo custodito l’archivio. Ero stato raggiunto dai miei familiari. Che dire? Speravo di poter chiarire la mia posizione; lavoravo per poter smontare le accuse. Purtroppo, il tempo passava senza che riuscissi a ottenere grandi risultati: ogni settimana affrontare i capi d’accusa diventava più difficile. Anche perché mi ero ritrovato coperto da una nube di sospetti: contro di me si formulavano teoremi. I magistrati dicevano: «Si deduce che…» Ma non c’era nulla da dedurre. Il problema è che non avevano prove.
Pier Carpi racconta che durante la carcerazione di sua figlia lei tentò il suicidio. Se mai è successo, credo sia una vicenda molto privata.
Travolto dalla bufera, lei si difende dall’estero parlando di caccia alle streghe. Ma la Corte centrale del Goi la processa e finisce per espellerla. Misero tutti sott’inchiesta. Non solo me, ma anche Gamberini, Battelli e Salvini che se la prese moltissimo. Il processo interno al Goi era una mossa fatta per isolarci. Fu istruito nonostante io mi fossi già collocato “in sonno”, cioè fossi uscito dalla massoneria e nonostante non fossi in grado, visto che non potevo rientrare in Italia, neppure di scegliermi un difensore di fiducia. Sapevamo dall’inizio che saremmo stati condannati. Tanto che il “fratello” che, per sua scelta, si offrì di assumere la mia difesa non fu quasi fatto parlare.
La P2 veniva definita “circolo privato”, lei tacciato di aver «espresso opinioni contrarie ai principi massonici». Parte del Goi aveva palesato riserve sulla sua attività già una decina d’anni prima. Si aspettava questi giudizi? Le accuse che mi vennero mosse erano tutt’altro che precise. Come quando mi erano state rimproverate alcune interviste rilasciate alla stampa. Io l’avevo fatto solo per migliorare l’immagine della massoneria. Mi sembra che l’intervista sulla quale si addensavano le critiche maggiori fosse quella che mi era stata richiesta da Maurizio Costanzo. Ma anche quella era solo un pretesto per mettere in discussione la regolarità della Loggia P2.
Sandro Pertini la definì «un’associazione a delinquere». Lui che, come presidente della Repubblica era capo del Consiglio superiore della magistratura, emise una sentenza senza processo. E pensare che durante il Fascismo Pertini, caduto in mare, davanti alla Corsica, era stato salvato da due marinai francesi che erano massoni… Quando seppe che nella lista dei piduisti c’era anche il suo segretario particolare, lo convocò e in due minuti gli tolse l’incarico. Eppure l’altro l’aveva servito fedelmente per anni.
Il 13 settembre 1982 lei commette un passo falso: si reca in banca a Ginevra per ritirare dei fondi posti sotto sequestro giudiziario e si ritrova in manette. Non ero lì per prelevare soldi, ma per fare altre operazioni. Soprattutto per controllare la situazione dei miei conti. Mi fu tesa una trappola. Al mattino, quando ero arrivato in banca, il funzionario mi aveva detto che era necessario che parlassi con il direttore. Era assente al momento, per cui bisognava che tornassi nel primo pomeriggio. Mi sono ripresentato in banca dopo le 14.30 e ho trovato i gendarmi ad attendermi.
Ed è finito in carcere. Esattamente al carcere di Champ-Dollon. Subito dopo l’arresto mi hanno portato in infermeria e da lì non mi sono più mosso. Ero recluso in una cameretta con bagno annesso. Sono rimasto lì sei o sette mesi, ma col permesso di ricevere visite. Passavano i miei avvocati e anche i miei familiari.
I suoi legali lavoravano soprattutto per impedire che lei venisse estradato in Italia. Arrivarono a sostenere che se fosse rientrato in patria sarebbe stato ucciso. Era quello che pensavano i miei difensori. Io in verità lo appresi dai giornali. Devo dire che non mi sono mai spaventato troppo, però.
Non le dava da pensare la recente, misteriosa morte di Calvi? Di lì a poco sarebbe morto in carcere, dopo aver bevuto un caffè avvelenato, anche Michele Sindona… Vero, ma d’altro canto pensavo che se qualcuno avesse avuto interesse a uccidermi avrebbe potuto benissimo farlo lì, nel carcere svizzero. Non c’era alcun bisogno che io venissi trasferito in Italia.
Quindi il presunto pericolo di morte era l’ennesima invenzione… Era un trucco per poter scongiurare l’estradizione o quanto meno procrastinarla il più possibile. In quella fase pensavo fosse meglio, per me, provare a difendermi stando all’estero, non importa se in carcere. Ma poi ho capito che era un errore. Volendo chiarire alcuni fatti e circostanze, spiegare cos’era la P2, era necessario tornare in Italia. Oggi ammetto che fuggire all’estero è stato un errore.
A dire il vero lei ha accettato l’estradizione solo dopo aver ottenuto la garanzia che non sarebbe stato processato per reati diversi da quelli finanziari. Questo era uno scudo per prendere tempo e aver modo di preparare un’adeguata difesa circa le altre accuse. Che erano diventate un’infinità. Era importante che restassi libero, che avessi libertà di azione. Come disse un magistrato, finito sotto accusa ingiustamente, è più difficile difendersi da innocente che da colpevole.
Nel frattempo pianifica anche la sua evasione. La notte fra il 9 e il 10 agosto 1983, dieci giorni prima che venisse concessa l’estradizione, riuscirà a far perdere le sue tracce, lasciando indisturbato la stanza dove era recluso. Per la sua fuga verrà accusata una guardia del carcere, Edouard Ceresa. Come l’aveva scelto e convinto ad aiutarla? Non fui io a trovare la guardia compiacente. Non ho mai trattato con alcuno i dettagli del piano. So che la sera giusta ho potuto uscire dalla stanza, prendere il corridoio e poi scendere quattro piani, dall’infermeria al cortile, senza mai imbattermi in una guardia. Ogni cancello incontrassi nel mio cammino era stranamente aperto…
Chi era l’autore del piano, lei? No, ma adesso non ricordo chi.
Ceresa ha raccontato che si sarebbe accontentato di un compenso di 39.000 franchi svizzeri e del suo impegno ad assumerlo nella sua scorta armata. Quanto le è costata in realtà l’evasione? A me non è costata nulla. Io non ho pagato una lira.
E la preparazione della fuga? Quanto tempo aveva richiesto? Alcune settimane. Tutto dipendeva dall’accorciatura dei capelli.
Prego? Sì, ogni volta che passava il barbiere e mi accorciava i capelli io raccoglievo le ciocche dal pavimento e le conservavo. Il piano prevedeva che le incollassi su una palla di carta che doveva diventare la testa di una specie di fantoccio. Il corpo era fatto di fazzoletti di carta bagnati, appallottolati e lasciati asciugare perché diventassero rigidi. Ci riempii una manica della giacca che stesi sul mio letto, coperta fino al collo. Dalle coperte doveva uscire solo “la testa” con i miei capelli incollati, che avevo sistemato girata contro il muro, e la manica della giacca che avevo riempito.
Chiunque, passando velocemente davanti alla porta per controllare, avrebbe pensato che fossi a letto, a dormire. Infatti funzionò tutto a meraviglia. Durante le prime tre ronde nessuno notò che ero scomparso. Il problema è che l’assoluta immobilità della “cosa” che occupava il mio letto mise in allarme una guardia: temeva mi fosse successo qualcosa, magari che avessi tentato il suicidio. Così entrò, arrivò fino al letto e poi corse a dare l’allarme. Quando suonò la sirena del carcere io ero in cortile da quasi tre ore, nascosto in un furgone delle guardie.
Attendeva Ceresa, che doveva portarla fuori dal recinto. Sì, certamente. Mio figlio intanto aveva provveduto, con l’ausilio di un paio di tronchesi, a praticare un’apertura nella recinzione, dal lato opposto del carcere. Servì a far partire in quella direzione le ricerche. Io sarei uscito dal cancello principale, chiuso nell’unico posto dove non mi avrebbero cercato: cioè nel furgone degli agenti. Finito il suo turno, Ceresa entrò, si mise al volante e girò la chiave. Ma il furgone non voleva partire. Io ero disteso nel sedile posteriore, nascosto da un plaid. La guardia riprovò una volta, due… niente. Non riusciva a metterlo in moto. Vedevo che stava iniziando ad agitarsi. Sudava freddo. Finì che attirò l’attenzione di altri agenti, che si avvicinarono. Pensavo di essere spacciato. Invece lui riuscì a convincerli a dare una spinta al furgone, il motore si avviò e in breve riuscimmo a uscire. Il carcere era circondato dalla polizia.
Poco lontano l’aspettava un elicottero. Per andare dove? A Montecarlo.
Scelse un residence o una casa? Una casa. Ero ospite di persone che avevano scelto di aiutarmi. Mi sono trattenuto lì quattro o cinque mesi, naturalmente spostandomi ogni volta si rivelasse necessario.
Poi? Dove andò in seguito a rifugiarsi? All’Espalmador, la villa che avevo in Costa Azzurra.
Strana scelta: la sua villa dove essere oggetto di controlli e blitz della polizia. Lei era un evaso… Infatti un giorno i gendarmi vennero a cercarmi. Ero fuori. Nessuno fece in tempo ad avvisarmi. Sentii delle voci a me sconosciute che si avvicinavano. Parlavano camminando. Avevano perquisito la villa, ora stavano guardando all’esterno. Mi nascosi tra gli scogli e poi in una specie di grotta vicino al mare. Quando tornai fuori per dare un’occhiata me li trovai davanti. Mi stavano guardando ma non mi chiesero niente. Non mi avevano riconosciuto. D’altronde avevo provveduto a cambiare il mio aspetto.
30 – Continua
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
LA DOPPIA PIRAMIDE
«La
verità è che la P2 faceva paura a molti, anche a persone che non erano
direttamente coinvolte... E credo che la P2 continui ancora a destare
molta inquietudine. Bisognerebbe capire perché. Sarebbe interessante.
Non fosse altro per giusto dovere di cronaca». Tina Anselmi, Storia di
una passione politica, Sperling & Kupfer, 2006
La
sua parabola precipita la mattina del 21 marzo 1981. Uomini della
Guardia di Finanza provenienti da Milano entrano a Villa Wanda e nel
suo ufficio di Castiglion Fibocchi con un mandato di perquisizione. A
richiedere il provvedimento sono stati i magistrati Viola, Turone e
Colombo che a Milano indagano su Michele Sindona e il falso rapimento
dell’estate 1979. Il suo nome è stato trovato nell’agenda di Miceli
Crimi, il medico amico di Sindona, al suo fianco durante il viaggio del
banchiere in Sicilia. La Procura ritiene che lei possa essere in
possesso della fantomatica “lista dei 500” esportatori di valuta
all’estero di cui ha parlato Sindona. Ma i finanzieri troveranno ben
altro, scoperchiando la P2. Lei, se non erro, il giorno della
perquisizione era in Uruguay… Sì, precisamente a
Montevideo, dove ero residente. Fui informato per telefono di quanto
stava avvenendo nella mia casa ad Arezzo.
Era residente in Uruguay: perché? Avevo
scelto di spostare la residenza nel 1973; mi era stato consigliato.
All’epoca si parlava di colpi di stato, di pericolo terrorista, erano
molti a voler lasciare l’Italia. E poi c’erano delle opportunità. Si
potevano comprare terreni per destinarli a coltivazione. La terra
costava due dollari l’ettaro e si poteva rivendere a 12 o 15.
Compravamo estensioni di 100-200.000 ettari. A Montevideo possedevo una
villa, vicino al mare. L’acquistai appena prima dei miei incarichi
diplomatici in Argentina. Più tardi avrei avuto la disponibilità anche
di alcuni appartamenti. Otto per la precisione. Non c’erano. A parte
uno: quello del presidente della Liberia William Tolbert, che al
momento era già morto.
Cosa c’era tra le sue carte di più importante che sfuggì ai finanzieri? Sicuramente
gli elenchi completi degli iscritti alla P2. Erano a Castiglion
Fibocchi, in uno schedario che gli uomini della Finanza pensarono di
non aprire, forse perché c’era scritto: «Ritagli stampa». Nei giorni
successivi li ho portati a Montevideo, con molte altre carte. Sono
tornato in Italia ad aprile, ho raccolto tutti i documenti, ne ho fatto
una ventina di pacchi e, dopo averli sigillati in casse di legno, ho
spedito tutto in Uruguay. Lì, poi, ho provveduto a distruggere tutto.
Venti pacchi di documenti. Cosa contenevano? Soprattutto corrispondenza. Intrattenevo rapporti con ognuno dei mille iscritti, ovvio che avessi molte carte.
Nel
libro-intervista “La guerra civile” Giovanni Pellegrino mette alla base
delle perquisizioni ad Arezzo «una soffiata» legata «a un regolamento
di conti iniziato dall’altra parte dell’Oceano». E aggiunge:
«Nell’enfatizzazione dello scandalo c’era di sicuro un obiettivo
politico». Fu un’operazione militare. I magistrati
consegnarono ai finanzieri una busta dicendo: «Andate a Prato. Lì
troverete altre buste e conoscerete la vera destinazione». Infatti una
busta mandava qui a Santa Maria delle Grazie, un’altra a Castiglion
Fibocchi. A Villa Wanda non trovarono niente. C’erano tre porte chiuse
a chiave, mi fecero telefonare a Montevideo e io dissi: «Sfondatele.
Guardate dove volete». Ma il capitano cercava la “lista dei 500”. Non
la trovò e quindi se ne andò senza toccare nulla. Alla Giole, invece,
videro il brogliaccio e lo sequestrarono. Telefonarono ai magistrati e
Viola venne giù. Non avevano trovato la lista di Sindona, che non
esisteva, e allora portarono via documenti estranei all’inchiesta, per
di più nella disponibilità di un diplomatico accreditato presso il
governo italiano quale ero io allora. Per questo parlo di “scandalo
nello scandalo”.
Durante la perquisizione viene trovato anche un codice segreto. A cosa serviva? Funzionava
incrociando lettere e numeri su una tabella. Era stato ideato per poter
comunicare nella massima riservatezza. Ci potevano essere messaggi
delicati che non potevamo rischiare venissero intercettati da persone
estranee all’organizzazione. Nessuno è mai riuscito a decifrarlo,
neppure i servizi segreti a cui è stato dato in esame. Mi è stato
chiesto di svelare la chiave ma non l’ho fatto. Come non l’ha fatto
nessuna delle persone in grado di utilizzare quel codice.
Lo
scandalo esplode, con tutta la sua potenza, il 21 maggio, quando il
presidente del Consiglio Arnaldo Forlani autorizza la pubblicazione
degli elenchi degli iscritti alla loggia, inviandoli al Parlamento e
alla stampa. È un terremoto politico, che in cinque giorni porterà alle
dimissioni dello stesso governo. Lei dove si trovava in quei momenti? In
vari posti. A Montevideo, sicuramente, poi in Francia, in Svizzera –
sono stato ospite di Umberto Ortolani a Ginevra – e in Spagna.
Prima
ancora che Forlani desse il proprio assenso alla pubblicazione delle
liste lei gli invia un telex per diffidarlo dall’assumere
quell’iniziativa, minacciando «ripercussioni anche a livello
internazionale». C’è chi ha interpretato quella sua mossa come una
manovra per spingere, in realtà, verso la divulgazione dei nomi dei
piduisti, dei 962 nomi trovati sul brogliaccio, per proteggere molti
altri iscritti i cui nominativi non erano stati ancora scoperti. Ma
sì, è stato detto anche questo. La pubblicazione delle liste è stato un
danno. Un danno morale. Pagato a prezzo altissimo da buona parte degli
iscritti. Basti pensare ai gravi fastidi che ne sono derivati, alla
perdita degli incarichi da parte di quei personaggi che lavoravano per
le istituzioni o con il Vaticano, alla sospensione dal lavoro di alcuni
funzionari dello Stato. Ci furono vere tragedie. Anche suicidi. Cercai
di limitare i danni consigliando agli iscritti di negare rapporti di
frequentazione e vera conoscenza con me.
Eppure si
parlò di centinaia di piduisti rimasti sconosciuti. La numerazione
delle tessere partiva curiosamente dal numero 1.600: legittimo
sospettare che ci fosse una lista con i nominativi dal numero 1 in
avanti. Nel brogliaccio c’erano 962 nomi e quelli erano gli
iscritti. Mancavano solo i nomi della P2 estera, quella a cui erano
iscritti personaggi come Sadat. L’elenco era tra le carte andate
distrutte.
Si è anche ipotizzato che i primi 1.600
appartenessero a una loggia all’estero. Precisamente a Montecarlo. Lo
stesso Lino Salvini ha confessato di temere una scissione nel Grande
Oriente d’Italia, causata dal trasferimento a Montecarlo di tutti gli
iscritti alla P2. Chiunque conosce le regole statutarie
della massoneria sa che non è possibile aprire una loggia fuori dal
proprio Paese. La “superloggia di Montecarlo”, come è stata chiamata ai
tempi dell’indagine della Commissione Anselmi, non è mai esistita.
Peccato, dico io: perché le venivano accostati personaggi di primo
piano, da Rockefeller all’avvocato Agnelli. Ma erano fantasie.
Il
28 maggio 1981, a Montevideo, le autorità locali provvedono a un
maxisequestro di documenti. Venne tutto fotocopiato. Cosa c’era di
preciso in quelle carte? Il funzionario che venne
incaricato dell’operazione, un commissario di polizia di origini
italiane, ormai prossimo alla pensione, lasciò tutto il mio archivio
nella villa. Preferiva passare ogni mattina a ritirare un faldone, che
poi portava a fotocopiare e mi restituiva. Io, però, inserivo nei vari
faldoni appunti e ritagli di stampa prima del suo arrivo. Né lui né gli
altri agenti della polizia di Montevideo capivano l’italiano. I
documenti veri non esistevano più: li avevo dati alle fiamme insieme a
quelli che avevo fatto arrivare dall’Italia all’indomani della
perquisizione. Intanto, però, fioccavano le indiscrezioni. Si diceva
avessi un fantomatico “fascicolo Cossiga”, che invece non è mai
esistito. Io avevo le lettere dei politici, la corrispondenza con loro,
ma anche quelle carte erano state distrutte.
Come precisamente? Con
un falò. Portai chili di carte con l’auto in un luogo sicuro e le
bruciai. In compenso, l’operazione di recupero delle mie carte di
Montevideo attraverso la polizia uruguaiana finì per costare allo Stato
italiano 350 milioni di lire dell’epoca.
Si dice però
che solo una parte del materiale sequestrato dalla polizia uruguaiana
venne consegnata alla Commissione parlamentare sulla P2. Perché? Questo
non lo so. Sono certo, invece, che in quel materiale non ci fosse
niente di particolarmente interessante. Le carte le selezionavo io e la
polizia uruguaiana non era in grado di valutarle.
Durante
la perquisizione vengono trovate fotocopie di alcuni dei fascicoli
illegali del Sifar, quelli che avrebbero dovuto essere bruciati
nell’inceneritore di Fiumicino già nell’agosto del 1974. Quelle
fotocopie procureranno a lei e a Viezzer un’accusa di spionaggio
politico e procacciamento di notizie inerenti la sicurezza dello Stato. Avevamo
in effetti alcuni di quei fascicoli. Ci erano arrivati molto tempo
prima, sicuramente prima che venisse decisa la loro distruzione. Non fu
però Allavena a farceli avere.
Nel luglio 1984 la
Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 concluderà i suoi
lavori con una relazione di maggioranza. Tina Anselmi scrisse di «una
piramide al cui vertice c’è Licio Gelli… e, sopra di essa, un’altra
piramide rovesciata che vede il suo vertice inferiore nella figura di
Gelli, punto di collegamento tra le due». Cosa pensa di questa
immagine? Ci si ritrova? Mi sembra un’immagine corretta. Io
ero il capo della loggia, ma avevo contatti a livello internazionale.
Conservo un diploma che mi è stato rilasciato in America per
ringraziarmi del lavoro svolto a favore del Partito repubblicano degli
Stati Uniti. Come consigliere economico dell’Argentina ho conosciuto e
lavorato con molti Paesi.
29 – Continua
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
Calvi
lascia l’Italia il 10 giugno 1982. Viaggia con un passaporto falso e ha
con sé una borsa di documenti. Vorrebbe recarsi a Zurigo ma verrà
accompagnato a Londra e lì fatto alloggiare al Chelsea Cloister, il
residence da dove uscirà la sera del 17 giugno poco prima di morire
impiccato. Si è ipotizzato che Calvi volesse prendere contatti con la
misteriosa Loggia di Londra, di cui aveva fatto intendere di essere
membro. Lei ne sa qualcosa? Glielo chiedo perché in un libro ho letto
che fu proprio lei a fargliela conoscere. Calvi non mi
parlò mai di quest’esigenza. E non credo abbia mai frequentato la
Loggia di Londra. Almeno per quello che posso sapere io. Poi, se a un
certo punto avesse deciso di prendere contatti… Comunque io non l’ho
mai saputo. Ma non vedo che motivo avrebbe avuto di rivolgersi alla
Casa madre inglese: noi avevamo avuto il riconoscimento della Loggia di
Londra attraverso il duca di Kent.
Allora perché, secondo lei, quella sortita segreta nella capitale inglese? Per incontrare chi? Forse
gli avevano fatto capire che lì avrebbe trovato la soluzione dei suoi
problemi. L’ultima volta che avevo visto Calvi mi era sembrato lucido,
obiettivo. Preoccupato, certo, ma d’altronde aveva spesso alti e bassi.
Non potevo immaginare quello che sarebbe successo: sapevo delle lettere
del Vaticano in suo possesso; erano una valida garanzia. E poi pensavo
alla Rizzoli, di cui l’Ambrosiano era titolare. Avendo fatto da
mediatore nell’acquisto sapevo quanto valesse: 900 miliardi di lire in
quel momento.
Nel libro “Poteri forti”, interamente
dedicato alla vicenda del banchiere, si dice che Calvi fu sottoposto a
un processo massonico e, essendo stato condannato, impiccato per questo
secondo un preciso rituale. Calvi non ha subito alcun
processo massonico. Non aveva commesso alcuna irregolarità, niente che
potesse comportare un deferimento al Comitato dei grandi. E poi, scusi,
qui si parla di omicidio!
Però ci sono il cappio, i
mattoni infilati nelle tasche, la stessa scelta del Blackfriars Bridge
(Frati Neri è anche il nome di una loggia di Edimburgo): tutti
particolari che sembrano rimandare ai simboli della massoneria. Nessun
simbolo. Credo che i mattoni gli siano stati infilati nelle tasche
soltanto per appesantire il corpo ed essere certi che affondasse
nell’acqua, forse perché non venisse scoperto troppo presto. Considero
la morte di Calvi un delitto, non un messaggio. Si è parlato di mafia,
servizi segreti, massoneria inglese… I misteri sono altri. Per esempio
che l’ispettore di polizia che si occupò delle primissime indagini nei
giorni successivi venne trasferito. Oppure che il caso venne
immediatamente archiviato come suicidio. Eppure bastava dare
un’occhiata alle fotografie diffuse dai giornali per capire che
l’ipotesi non stava in piedi: il colletto della camicia, lo ricordo
benissimo, era perfettamente abbottonato, come lo era la giacca. Eppure
è risaputo che chi si impicca, non appena la morsa del cappio diventa
insopportabile, istintivamente porta le mani al collo, nel tentativo di
liberarsi della stretta. Fossi stato uno degli investigatori avrei
avviato le indagini partendo da questo dettaglio, imboccando subito la
pista dell’omicidio.
Carlo Calvi, il figlio del
banchiere, sostiene che il padre fu ucciso perché sapeva molte cose
sull’attentato al Papa. Legato, secondo lui, alle attività occulte
dello Ior… Non credo. Come non credo a molte altre cose sull’attentato a Giovanni Paolo II. A cominciare dalla pista bulgara.
Nell’inchiesta
della magistratura di Trento sui traffici d’armi, un teste della P2,
Arrigo Molinari, ammise che Calvi aveva finanziato l’acquisto da parte
dell’Argentina dei missili Exocet e che così voleva ricattare la Gran
Bretagna ed essere ammesso nella cerchia dei banchieri inglesi. L’incaricato
all’acquisto dei missili era il capitano Carlo Corti, tuttora vivente,
addetto militare all’Ambasciata francese. Se avesse ottenuto un
prestito da Calvi si potrebbe trovarne traccia nella contabilità
dell’Ambrosiano. Di certo, il possesso di questo denaro, il suo mancato
rientro non è stato rivendicato da nessuno.
Quindi lei esclude che Calvi abbia dato soldi all’Argentina in guerra. No,
non lo escludo perché non posso farlo. Non sono il depositario dei
segreti di Calvi. Però non credo che l’abbia fatto. Lo dico perché si
parla dell’Argentina, un Paese col quale io avevo particolari rapporti.
Calvi me ne avrebbe parlato. Non credo neppure che Corti abbia chiesto
soldi al Banco Ambrosiano.
Siccome non ottenne i
finanziamenti sperati – si ipotizza nell’inchiesta di Trento – il
presidente dell’Ambrosiano si avvicinò all’Argentina nel pieno della
guerra delle Malvinas, e i servizi segreti inglesi l’eliminarono… I servizi inglesi? Lo apprendo ora.
David Jallop scrive che a quel punto si mobilitò lei, tornando in Europa. Trattava dalla villa di Ortolani a Cap Ferrat per trovare missili per l’Argentina. I
missili, gliel’ho appena detto, li acquistava un capitano della Marina,
dalla Francia. Io ero completamente estraneo all’operazione.
Pazienza
ha dichiarato che, persa la guerra dagli argentini, Calvi viene
assassinato dai servizi e dalla massoneria inglese su richiesta della
P2. Fra e me Roberto c’era una grande amicizia. Perché mai
avrei dovuto farlo eliminare? Dopo che il suo corpo era stato trovato
impiccato, i magistrati hanno interrogato tutti i dipendenti del Banco,
chiedendo se mi avessero mai visto nell’istituto. E nessuno ha risposto
di sì. Io non avevo interessi diretti nell’Ambrosiano, non frequentavo
la banca. Frequentavo Calvi, perché era un amico come lo era Michele
Sindona.
Però lei è stato accusato, processato e condannato per aver concorso alla spoliazione del Banco. Un errore, un’ingiustizia. I soldi che mancavano andavano cercati in Polonia.
Lei quando ha visto l’ultima volta Calvi? Dopo
un mese o due dall’esplosione dello scandalo seguito alla scoperta
delle liste della P2. Era senz’altro preoccupato per la piega che
avevano preso alcune vicende ma dalle sue parole sembrava anche
fiducioso circa la soluzione dei suoi problemi finanziari. Non era solo
il presidente dell’Ambrosiano: aveva quattro banche, l’editrice
Rizzoli, una partecipazione della Toro. Diceva che gli sarebbe bastato
vendere una parte di questo patrimonio per risollevarsi. Le cose, però,
sono andate diversamente.
Dove è avvenuto questo vostro incontro? A
Roma. Il giorno stesso in cui partii per la Spagna, per poi proseguire
in Uruguay. Ci salutammo commossi dicendo: «Speriamo di rivederci
presto».
Nel 2004, in base alle ultime testimonianze e
in particolare a quella di Vittor, l’uomo che ha accompagnato il
banchiere oltremanica, si è parlato di un’ultima cena di Calvi a
Londra, la sera del 17 giugno 1982 – quindi appena prima di morire – al
ristorante San Lorenzo. Al tavolo, con il banchiere milanese, secondo
le testimonianze c’eravate lei e Sergio Vaccari, l’antiquario
tragicamente scomparso poco tempo più tardi… No, guardi, io
non c’ero proprio. Il 17 giugno 1982 non potevo trovarmi a Londra,
anche se ufficialmente irreperibile. Mi trovavo infatti a Montevideo.
Ho messo piede a Londra una sola volta: durante le trattative per far
ottenere alla massoneria italiana il riconoscimento di quella inglese,
ma eravamo nel 1965.
Nel maggio 2005 viene rivista dai
magistrati la sua posizione circa l’omicidio del banchiere. E il suo
nome finisce in un fascicolo stralcio. Qual è attualmente la sua
posizione? Sono stato prosciolto.
Come apprese della morte di Calvi? Dai giornali.
Quando l’ha letto cosa ha pensato? Che
chi l’aveva portato fuori dall’Italia l’aveva anche eliminato. A Calvi
era stato fornito un passaporto falso, era stato fatto alloggiare in
hotel secondario e qui tenuto sotto stretto controllo. Segregato, si
potrebbe dire. Sono sempre stato certo che Calvi sia stato “suicidato”.
Ne è convinta anche la magistratura che ha fatto riaprire il caso e avviato un procedimento per omicidio. Ma
i fatti erano evidenti! Qualcuno mi deve spiegare perché, se Calvi
avesse voluto uccidersi, avrebbe dovuto fare tutta quella strada.
Alloggiava al dodicesimo piano dell’albergo: poteva benissimo aprire la
finestra della camera e buttarsi di sotto. Invece, è uscito – scortato,
sembra, da qualcuno – ha percorso sette chilometri di notte e, trovata
l’impalcatura di ferro a cui impiccarsi, si è pure infilato dei mattoni
nelle tasche, per appesantire il suo corpo. Ma lei ce lo vede un uomo
ormai anziano, di 62 anni, fare tutto questo per togliersi la vita? E
poi le persone che lo avevano accompagnato a Londra, che gli avevano
organizzato il viaggio, la mattina in cui è stato scoperto il corpo
erano già sparite. Ma come: loro che dovevano proteggerlo avevano
lasciato Londra nel momento in cui Calvi aveva più bisogno di aiuto?
Che
idea si è fatto a riguardo? Calvi è stato ucciso perché aveva perso,
nel crack della sua banca, anche i fondi investiti da Cosa Nostra? Io
dico questo: Calvi aveva cinque perle. Cioè le Assicurazioni Toro, il
Credito Varesino, la Banca del Gottardo, la Banca Cattolica del Veneto
e la Rizzoli. Bastava vendere una o due di queste società per pagare
tutti i debiti dell’Ambrosiano. Perché non l’ha fatto? Perché è andato
all’estero, fino a Londra, per cercare aiuto? La chiave del mistero è
in mano a chi ha organizzato l’ultimo viaggio di Calvi. Emilio
Pellicani, amministratore delle società di Flavio Carboni, Silvano
Vittor, che ha accompagnato Calvi fino all’albergo di Londra… Lui
voleva andare a Zurigo, perché l’hanno portato in Inghilterra? Poi
c’erano altri personaggi, altri contatti: un monsignore, il Gran
Maestro della massoneria italiana Armando Corona…
Anche
Michele Sindona, quattro anni più tardi, morirà in circostanze
misteriose. Ucciso da un caffè misto ad arsenico, servito nella cella
del carcere di Voghera dove era stato recluso. Un suicidio, come
sostiene qualcuno, o un omicidio come per Calvi? Comincerei
col chiedermi: chi è che ha portato il veleno dentro un carcere, per
giunta fino alla cella di un recluso che era controllato a vista?
Sindona stava per essere trasferito negli Stati Uniti: considerata la
sua età anagrafica, se la sarebbe cavata con quattro anni di carcere.
Non aveva motivo di uccidersi.
Il caffè gli fu servito alla vigilia della sua deposizione davanti ai giudici. Sindona
ha sempre avuto il vizio di parlare troppo. Era un ingegnere della
finanza, ma aveva questo difetto. Parlava tanto, e sapeva farlo anche
bene. Ecco, Sindona, Cuccia e Calvi erano una triade. Tre fuoriclasse.
Ma gli altri due, a differenza di Sindona, non parlavano mai.
28 – Continua
Tratto da “Licio Gelli – Parola di Venerabile”, di Sandro Neri, Aliberti Editore
BANCHIERI DI DIO
«Gelli aveva raccolto intorno a sé persone molto influenti del mondo della politica, della finanza, della magistratura… Io stesso ebbi modo di constatare come quest’uomo conoscesse e potesse disporre di personalità nei settori più delicati e qualificati dello Stato». Lettera di Roberto Calvi in Ferruccio Pinotti, Poteri forti, Rizzoli, 2005
Se c’è un personaggio chiave della sua vita e delle sue vicende giudiziarie è il banchiere Michele Sindona. È indagando su di lui che i giudici milanesi hanno ordinato la perquisizione che portò alla scoperta delle liste della P2 e allo scandalo che travolse lei e la sua loggia. Può raccontarmi come iniziarono i suoi rapporti con Sindona? Mi fu presentato dal generale Vito Miceli. Poco più tardi mi verrà fatto incontrare anche Enrico Cuccia, col quale però non si instaurerà alcun rapporto. Ci vedemmo per un paio di colloqui e la cosa finì lì. Cuccia sembrava refrattario e poi, cosa non secondaria, era un grande avversario di Sindona. Michele, invece, si rivelò subito simpaticissimo. In suo favore, inoltre, giocavano le grandi qualità di stratega della finanza, la sua genialità. Era un vero ingegnere della finanza. Credo che avrebbe potuto benissimo fare il ministro dell’Economia o il governatore della Banca d’Italia per l’intelligenza e le capacità che dimostrava.
Considerato come è finita, le sue parole suonano provocatorie. Sindona era stato definito «l’uomo della provvidenza». Per essere ricevuti da lui bisognava attendere oltre un mese. Tante erano le richieste di consulenza. Me lo raccontò l’ingegner Lebole, che gli aveva chiesto un appuntamento.
Lei inizia a frequentare Sindona in un momento difficile. Mentre il banchiere di Patti stava già pianificando la sua fuga. Che la situazione stesse precipitando lo capii una sera, l’unica in cui ho messo piede nell’abitazione milanese di Sindona. Ero passato a prenderlo, perché mi aveva chiesto un passaggio in auto per Lugano. Io ero un diplomatico argentino, potevo passare la frontiere senza incappare in particolari controlli. Bene, mentre aspettavo che si preparasse notai che tutti i quadri alle pareti sembravano rimpiccioliti. Si vedeva, sotto ogni cornice, la traccia di quadri senz’altro più grandi. Quando entrò nel salone gli chiesi: «Michele, cos’è successo? Hai sostituito tutti i quadri?» Non avevo intuito il perché di quell’operazione. «Sì» rispose lui «li ho staccati dal muro e portati via, perché rischio il sequestro di tutti beni. Li ho sostituiti con delle croste ma non sono riuscito a trovarle tutte delle dimensioni giuste». Intorno alle 22 ci siamo messi in macchina e abbiamo raggiunto la Svizzera. Non era ancora inseguito da mandati di cattura. Che fosse ricercato si seppe dai giornali l’8 ottobre del 1974. Ma a quel punto lui dalla Svizzera volò a Taipeh, nella Cina nazionalista e poi, da lì, a New York, dove l’avrei rivisto la volta successiva.
Cosa andò a fare a Lugano? So soltanto che mi aveva chiesto di accompagnarlo perché avevo la targa diplomatica. Non era un bel momento e lui voleva farsi vedere in giro il meno possibile. Si sentiva spiato, seguito. Quella sera andammo direttamente in albergo. Il giorno successivo, mentre eravamo al ristorante, mi disse: «Guarda, c’è Cuccia». Stava entrando, vide Sindona e lo salutò, con un gesto della mano.
Con Cuccia non correva buon sangue. Sindona non poteva soffrirlo. Eppure erano arrivati a Milano dalla Sicilia insieme. Ed entrambi si erano messi a lavorare come commercialisti, ai tempi della legge Vanoni. Gli italiani avevano il problema delle denunce dei redditi, e loro seppero sfruttare il momento per farsi un nome. Col tempo, però, Sindona e Cuccia cominciarono a provare un misto di odio e amore l’uno per l’altro.
Poco dopo, il 14 ottobre ’74, il Tribunale di Milano dichiara la Banca Privata insolvente e Sindona viene raggiunto da un terzo mandato di cattura, stavolta per bancarotta fraudolenta. Cosa diceva dei suoi problemi? Cominciava a capire che le sue manovre spregiudicate lo stavano mandando in rovina? No. Ricordo varie discussioni all’Hotel Pierre di New York, dove andavo a trovarlo nel periodo in cui evitava di tornare in Italia. Sindona era convinto che i suoi guai derivassero da Ugo La Malfa, che gli aveva negato l’aumento di capitale della Finambro. Era una lotta di quartiere: siculi entrambi, non si sopportavano. Sindona insisteva che se i loro rapporti non si fossero inaspriti non sarebbe accaduto nulla di grave.
Proprio in una delle sue visite a New York, Sindona la metterà in contatto con Calvi. Era il 1975. «Chiamai Calvi a Milano» raccontò Sindona «e presentai i due per telefono. Fissarono un appuntamento a Roma per la settimana seguente». Possibile, ma ora questo particolare non lo ricordo. Mi sembrava che Roberto Calvi mi fosse stato fatto incontrare dall’avvocato Umberto Ortolani, che era il braccio finanziario della P2.
Sindona, nel tentativo di evitare il peggio, era venuto a trovarla anche qui a Villa Wanda. Previa, sembra, l’intermediazione di Vito Miceli. È stato mio ospite. Al mattino, la camera dove si era coricato era piena di barchette di carta. Gli origami erano la sua passione. Una mania, quasi. Ci si dedicava ogniqualvolta si trovasse solo. Non riusciva proprio a stare fermo, doveva tenersi sempre impegnato in qualche modo.
In quell’occasione, lo racconterà lo stesso Sindona, il finanziere siciliano potè conoscere Carmelo Spagnuolo, allora presidente della Quinta sezione della Corte di Cassazione. E Spagnuolo sarà, insieme a lei, uno dei firmatari dei nove affidavit che i legali del banchiere presentano allegati a una memoria difensiva alla Corte distrettuale di New York. Quella di Spagnuolo fu una mossa sbagliata. Andò a firmare la sua dichiarazione giurata all’ambasciata americana a Roma e avrebbe invece fatto meglio ad astenersi. Era un alto magistrato, doveva restare sopra le parti. Glielo dissi chiaramente: «Lascia stare, ci sono già altri personaggi autorevoli pronti a garantire per Sindona». Avevano firmato, fra gli altri, Anna Bonomi, Edgardo Sogno, Philip Guarino. Io potevo farlo, e infatti resi la mia dichiarazione giurata a New York. Dissi: «Sono a conoscenza degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona». Spagnuolo andò a dire che Sindona non poteva essere ritenuto in alcun modo colpevole, e lui, un magistrato, una frase così non poteva sottoscriverla. Per nessuno. Influì il suo carattere di siciliano: «Come uomo» diceva «devo sostenerlo».
Sindona le parlò mai della “lista dei 500”? Certamente, per confermarmi che non esisteva. Gli avevo suggerito di tirarla fuori per utilizzarla come merce di scambio. Poteva servire magari per premere su chi poteva trovare una soluzione ai guai sempre più seri che minacciavano Sindona. I piani di salvataggio messi a punto per le sue banche, infatti, non venivano approvati. Il suo impero si stava sgretolando. Gli dissi: «Dammi quell’elenco di nomi e vediamo se riusciamo a ottenere qualcosa». Ma lui rispose in modo disarmante: «Non c’è alcuna lista. Se proprio serve, dovrei inventarne una».
E lei pensa che fosse sincero. Obiettava che 500 esportatori di valuta erano un numero fin troppo esiguo per un Paese, qual è l’Italia, tra i più industrializzati del mondo e per un banchiere importante come lui. La sua era la banca privata più grande d’Italia. «Ma quale 500» diceva «ci fosse davvero una lista dovrebbe essere dei cinquemila. Oggi chiunque abbia un po’ di soldi li porta all’estero per farli fruttare».
In realtà si diceva che nell’elenco figurasse anche il suo nome. Leggende. E sa perché? Perché io i miei depositi all’estero li portavo da solo, non avevo bisogno di affidarmi a Sindona o ad altri banchieri.
Sindona aveva rapporti stretti con lo Ior. Favorì i suoi contatti col Vaticano? No, non mi ha mai dato una mano né segnalato alcun personaggio da avvicinare. Forse perché era già in disgrazia. Vito Miceli ce l’aveva presentato perché Sindona aveva bisogno di trovare nuovi sostegni politici in Italia. Molti lo stavano abbandonando.
Travolto dal crack delle sue banche in Italia e negli Usa Sindona cercherà una scappatoia volando in Sicilia, sotto la tutela della mafia italoamericana, e inscenando un finto sequestro di persona ad opera di un sedicente gruppo terroristico. A fianco del banchiere, nei due mesi di latitanza a Palermo, c’è il medico Joseph Miceli Crimi che in quello stesso periodo verrà qui a Villa Wanda a incontrarla. Qui a casa è venuto una sola volta. Veniva, invece, a Castiglion Fibocchi, nella sede della Giole, per acquistare degli abiti a prezzo dimezzato. Ne comprava anche cinque alla volta. Un paio di volte l’avevo anche accompagnato, un’altra no, avevo fatto dire che non c’ero e aveva pensato a tutto la segretaria.
Miceli Crimi dichiarò poi che lei era al corrente della latitanza di Sindona. Certo che lo ero. Quando andavo a New York un paio di volte l’avevo trovato all’aeroporto: nonostante tutto era venuto a prendermi personalmente. Dall’Hotel Pierre, dove viveva con la moglie, ci spostavamo con l’auto di Guarino, che incontravamo per cena.
Cosa sapeva del suo viaggio in Sicilia e dei suoi rapporti con la mafia? La mafia? Guardi, quando ho conosciuto Sindona era un personaggio stimatissimo, dicevano che aveva la stoffa per fare il ministro delle Finanze. Poi la sua posizione è improvvisamente cambiata, anche negli Usa, causa le nuove norme sui reati finanziari. Ma lui era tranquillo, pensava ancora di potersi risollevare. Poi mi hanno detto che in Sicilia si era fatto sparare a una gamba. Un colpo a distanza ravvicinatissima, per non danneggiare l’osso. Ma a quel punto non avevamo più rapporti. Nel luglio del 1979 era stato ucciso Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della banca Sindona, lui era accusato di essere il mandante dell’omicidio e io avevo rotto ogni contatto.
Sembra che in Sicilia, oltre che per mandare messaggi ai referenti politici e finanziari che dovevano aiutarlo, Sindona lavorasse a un’ipotesi separatista, per l’indipendenza della regione dall’Italia. Ma non ho mai creduto che fosse possibile. Se la sua posizione non fosse stata così compromessa, certo Sindona sarebbe stato il personaggio giusto per provarci. Era di destra, aveva una grande credibilità.
Davvero pensa che la Sicilia avrebbe potuto organizzare un golpe con finalità separatiste negli anni Settanta? Se avesse voluto rendersi indipendente, la Sicilia avrebbe potuto riuscirci. Certo non da sola, ma grazie a un accordo con uno Stato straniero. Mossa fondamentale per ricevere appoggi, finanziamenti. Armi, anche. Bisognava provocare una sorta di rivoluzione, degli attentati che facessero da innesco per abbattere il sistema. Si poteva trovare un accordo con la Russia per ottenere questi aiuti e, in seguito, raggiungere un’intesa con un partito che favorisse la trasformazione della Sicilia in una repubblica indipendente.
Sembra la trama di un film. Le ho parlato forse di un accordo con la Repubblica di San Marino? Le ho citato la Russia, l’Unione Sovietica. I russi potevano avere un grosso interesse ad avere un occhio nel Mediterraneo.
Un golpe di destra per trasformare la Sicilia in una repubblica satellite di Mosca? Nell’alta politica non si fanno queste considerazioni.
Parlò di questi piani nei suoi incontri con Miceli Crimi? No. Anche perché non ci siamo più visti. Medico italoamericano, Miceli Crimi mi era stato presentato da Sindona come un membro della grande famiglia, cioè la massoneria statunitense. È stato lui a fare il mio nome ai magistrati milanesi, sostenendo che fossi in possesso della “lista dei 500”. Mi ha scritto, dopo l’interrogatorio, per scusarsi delle dichiarazioni che aveva rilasciato. Una lettera scritta a mano, in un italiano misto a siciliano, come parlava lui.
25 - Continua
Tratto da âLicio Gelli â Parola di Venerabileâ, di Sandro Neri, Aliberti Editore
Alla
voce «emergenza a breve termine», il programma di provvedimenti
istituzionali (precisamente: «rivolti cioè a registrare le
istituzioni»), si affronta il tema dellâordinamento giudiziario. La
riforma della Giustizia secondo la P2⦠Eravamo già allora
per la separazione delle carriere. Il pubblico ministero e il giudice
giudicante si devono odiare, non uscire insieme a bere il caffè. Devono
fare due concorsi diversi per entrare in magistratura. Non dovrebbero
neppure conoscersi tra loro. Tutto questo nellâinteresse del cittadino.
|
| (Licio Gelli) |
Prevedevate
di far leva sulla corrente di Magistratura indipendente che,
allâinterno dellâAssociazione nazionale magistrati, lâorganismo
sindacale di categoria, raggruppava oltre il 40 per cento dei giudici
italiani su posizioni moderate. Allora le correnti erano
soltanto tre e questa era senzâaltro la più forte, perché riuniva la
maggioranza dei magistrati. Puntavamo a unâintesa su un piano morale e
programmatico per far capire alla categoria lâimportanza di una riforma
del sistema.
Quali erano le vostre proposte? Che
fosse il ministro della Giustizia a nominare i magistrati, abolendo il
Csm perché inutile e dispendioso. Poi che venisse vietato ai magistrati
di iscriversi a partiti politici: dovevano operare al di sopra di ogni
ideologia e colore politico.
Credo che il rischio fosse arrivare a una magistratura in tutto e per tutto dipendente dal governo. Non
era in discussione lâindipendenza della magistratura rispetto al potere
esecutivo o a quello legislativo. Chiedevamo solo di autorizzare un
maggiore controllo da parte del ministero, che doveva avere anche il
potere di trasferire i giudici. Tutto doveva seguire una precisa
gerarchia. Il ministro guardasigilli è il responsabile del dicastero;
sotto di lui il procuratore della Repubblica, responsabile dellâoperato
dei sostituti. Oggi la gerarchia in magistratura non esiste. Acosa
serve avere un procuratore, un presidente di Tribunale⦠Figure senza
potere, puramente nominali.
Un altro punto, quello sui
sindacati, sollecitava una rottura allâinterno della Triplice in vista
di una fusione con gli autonomi per costruire una libera confederazione. Lâintento
era, facendo leva su alcune istanze minoritarie presenti allora nella
Cisl e in altre interne alla Uil, di scaricare la Cgil. Proponevamo un
sindacato unico, più professionale e non politico. Quello che è il
compito degli ispettori del lavoro doveva essere fatto anche dai
sindacalisti. Che dovevano, sì, accertarsi che tutti avessero un posto
di lavoro e un adeguato salario, ma anche che ciascuno prestasse la
propria opera con efficienza e professionalità .
Gli interventi più articolati riguardavano lâindustria dellâinformazione. Lei invocava il ripristino della censura sulla stampa. Durante
il fascismo, quando operava lâagenzia di stampa Stefani, lâinformazione
veniva filtrata. Ã quello che consigliavamo noi. I giornali, la
televisione sono come la scuola. Trasmettono sapere, concetti, notizie,
condizionano i costumi. Educano la gente ma possono anche innescare
fenomeni di emulazione. Per questo prevedevamo di limitare gli spazi
della cronaca nera, la divulgazione di notizie così brutte da risultare
traumatizzanti. Lo stesso per gli articoli e le pubblicità inneggianti
alle vacanze: portano la gente a pensare al lavoro come a un fatto
negativo, da cui scappare alla prima occasione e non come
unâopportunità per realizzarsi.
Il piano parlava di «coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata». Questa
struttura avrebbe dovuto trasmettere le notizie giuste, col giusto
taglio, a tutte le testate della rete. In questo modo avremmo avuto
unâinformazione omogenea su tutto il territorio nazionale e avremmo
evitato le derive di cui le accennavo prima. I giornali avrebbero
dovuto essere asettici, lontani da tentazioni estremistiche o da
opinioni di parte. I fatti di sangue dovevano essere messi da parte per
non creare allarme, depressione nei lettori o, peggio, emulazione di
gesti disperati.
Mi faccia capire: che notizie avrebbe diffuso lâagenzia centralizzata? Tutte,
con lâeccezione di quelle particolarmente brutte. La pagina politica
avrebbe dovuto informare su ciò che era stato fatto e ciò che restava
da fare. Questo per richiamare alla responsabilità chi non aveva
assolto ai suoi compiti.
|
| (Il compianto Giovanni Paolo II) |
Lâacquisto del «Corriere della Sera» da parte di Calvi rientrava nel piano⦠No, fu una cosa a parte. Non avevo previsto che Calvi avrebbe acquistato il giornale. Avvenne tutto un poâ allâimprovviso.
Però
il controllo sui contenuti era iniziato. Un esempio per tutti, il suo
intervento per impedire la pubblicazione delle foto di Giovanni Paolo II scattate nella piscina di Castel Gandolfo. La Rizzoli ci rimise 250 milioni di lire. Credo
che il mio fu un intervento giusto, condiviso dallo stesso direttore
generale della Rizzoli, Bruno Tassan Din. Era stato lui ad avvertirmi
che una rivista del gruppo stava per pubblicare quegli scatti. Si
vedeva il Papa a bordo piscina, seminudo, mentre si cambiava il costume
da bagno. Dopo un pranzo allâExcelsior, presenti anche Rizzoli e
Ortolani, Tassan Din tirò fuori le foto â una trentina di stampe,
formato cartolina â dalla borsa che aveva con sé. Dissi che non era il
caso di pubblicarle ma che, anzi, era meglio farle avere al Papa o alla
Segreteria di Stato del Vaticano. Non solo per i loro contenuti ma per
dimostrare che i servizi segreti vaticani forse non erano allâaltezza
del loro compito. Se avevano permesso che uno o più fotografi si
avvicinassero e restassero appostati così vicino alla residenza e alla
persona del pontefice, come avrebbero potuto impedire che eventuali
attentatori arrivassero, indisturbati, alla stessa distanza? La persona
del Papa risultava pericolosamente esposta. Pochi giorni dopo Tassan
Din mi consegnò le foto che provvidi a consegnare allâonorevole
Andreotti.
E lui le fece avere a Wojtyla? Sì, perché poco tempo dopo ci arrivarono i ringraziamenti, verbali, del Santo Padre.
La
Rizzoli aveva acquistato partecipazioni anche al «Piccolo di Trieste»,
al «Sole 24 Ore», al «Mattino» di Napoli, acquisendo poi le proprietÃ
del «Giornale di Sicilia» e dellâAlto Adige⦠Sì, si stava ingrandendo. Avrebbe dovuto acquistare anche un canale televisivo.
Antonio
Buono, ex presidente del Tribunale di Forlì, dice di averla incontrata
a Cesena per creare un trust di testate di informazione di stampo
antimarxista. Era unâideaâ¦
Condivisa, però, dai vertici della Rizzoli⦠Lâiniziativa
voleva rafforzare le strutture democratiche. Il Pci, allâepoca, era
molto radicato nel mondo dellâinformazione. LâItalia rischiava di
diventare una roccaforte del marxismo. Serviva una rete di giornali per
contrastare lâinformazione di sinistra. Una rete di giornali di
provincia che a distanza di 15 giorni si preoccupassero di rilanciare
alcune particolari notizie, che noi reputavamo importanti per la causa,
e fare così in modo che arrivassero al maggior numero possibile di
lettori.
Il Pci conosceva questi vostri progetti? Non tentò di ostacolarli? Io credo che i comunisti sapessero, ma non so se e come abbiano tentato di ostacolarci.
Sempre
Buono ha raccontato di essere stato incaricato da lei di reclutare
addirittura Indro Montanelli per avvicinare «Il Giornale« alla rete di
testate servite dallâagenzia di stampa centralizzata. Indro
Montanelli lâho conosciuto allâExcelsior, il giorno che venne a
chiedere un contributo per il suo giornale. Un finanziamento di 300
milioni di lire che ebbe poi, in modo del tutto regolare, senza
tangenti né mediazioni, da Roberto Calvi. Lo trovai in albergo
che mi aspettava, in corridoio. «Mi scusi per il ritardo», gli dissi
presentandomi. Ma lui fu molto gentile: «Non si preoccupi â disse â
nellâattesa ho potuto ammirare le stampe ottocentesche dellâalbergo,
che sono bellissime». Nel corso del colloquio scoprii, con mia grande
meraviglia, che non conosceva Calvi. Allora telefonai a
Roberto, davanti a lui, dicendogli: «Ma come: lui dirige un giornale a
Milano, tu sei a capo dellâAmbrosiano. Come è possibile che non vi
siate mai incontrati?» E grazie a quella telefonata i due si videro.
Bettino Craxi
riferì di un incontro con lei nel corso del quale gli avrebbe
assicurato di controllare la metà della stampa italiana e di essere in
grado perfino di cambiare il presidente della Repubblica. Craxi era molto intelligente, un uomo vulcanico: mi sembra strano che abbia detto questo.
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| (Francesco Cossiga - Foto U.Pizzi) |
Francesco Cossiga,
nel libro âLa passione e la politicaâ, racconta di quando era
presidente del Consiglio e il suo governo era sottoposto ad attacchi
continui da parte del «Corriere della Sera»: «Non capivo il perché e mi
informai» precisa «Mi dissero che la persona da contattare era una
sola, Gelli! Allora lo convocai». à vero, ci
incontrammo e lui mi chiese se potevo fare qualcosa. Allora telefonai a
Tassan Din, lâamministratore delegato della Rizzoli, gli spiegai la
situazione e gli attacchi cessarono. Ma fu il mio solo intervento di
questo tipo sulla linea editoriale del Corriere o dellâintero gruppo.
E
«LâOcchio» allora? Il quotidiano popolare della Rizzoli non faceva
riferimento, già dal nome della testata e dai simboli riportati sulle
locandine pubblicitarie, alla P2? Lo dirigeva Maurizio
Costanzo. Lui come giornalista mi piaceva. Seguivo i suoi programmi
alla Rai, avevo apprezzato la sua scelta di riportare «La domenica del
Corriere» alla sua vecchia tradizione. Ma quando mi inviò le prove di
stampa del numero zero di quel suo nuovo quotidiano gli dissi: «Vuoi
sapere che ne penso? Che è proprio un pugno nellâocchio».
Il
Piano di rinascita prosegue poi col nodo delle tv. Le istruzioni erano
di «coordinare molte Tv via cavo con lâagenzia per la stampa» e di
«dissolvere la Rai-Tv in nome della libertà di antenna». Auspicavamo
una collaborazione tra operatori dellâinformazione a esclusivo
vantaggio degli utenti. Le emittenti private non dovevano beneficiare
di sovvenzioni pubbliche, ma dovevano poter contare su spazi liberi.
Per carpirli dovevano essere in grado di sostenere i costi
dellâoperazione. Eravamo contro il monopolio della Rai come pure contro
una tv pubblica dotata di tre diversi canali. La Rai doveva averne uno
solo, di Stato. La notizia è una: perché doveva essere data con tre
angolazioni diverse?
Tre canali significa pluralismo dellâinformazione, quindi maggiore libertà e inoltre più offerta. Due
dei tre canali della Rai dovevano passare ai privati, che avrebbero
garantito più offerta. E magari assicurare lâinformazione locale. La
Rai doveva tornare alle regole delle sue origini. Anche per la
pubblicità . Allâinizio la Sipra, la concessionaria di pubblicità della
Tv di Stato, esercitava un controllo rigido e puntuale sui contenuti
delle reclame. Anche gli spot dovevano avere un contenuto educativo;
ciò che non rispettava questi codici veniva rimandato indietro,
allâagenzia che lâaveva prodotto. Carosello aveva un fondo morale e
infatti ogni famiglia lasciava che i bambini lo guardassero prima di
andare a letto. Alle 24.30, inoltre, la Rai avrebbe dovuto chiudere le
trasmissioni. La notte non è fatta per stare davanti al televisore.
Carlo Calvi,
figlio del presidente dellâAmbrosiano, ha raccontato che nel 1976,
durante una festa nella villa di famiglia a Nassau, il padre lâavvicinò
e offrendogli da bere gli confidò: «Sai, finanzieremo il lancio delle
tv di Berlusconi». Come mai? Câera dietro la mano della P2? Non ho mai saputo di questo di progetto di Calvi. Anche per questo non credo che quel finanziamento ci sia mai stato.
Dal 1978 Silvio Berlusconi è in pista. Cosa ricorda dei suoi inizi di imprenditore televisivo e dei vostri primi incontri? Di Berlusconi
mi impressionò la sua grande intelligenza. Aveva parlato della sua idea
di confezionare pacchetti televisivi anche al direttore generale del
ministero dellâIndustria e del Commercio, Eugenio Carbone, e a Carlo
Pesenti, lâimprenditore del cemento. Il progetto, sin dallâinizio, era
di acquistare piccole televisioni in tutto il territorio nazionale per
poi costruire un network. Lâidea era di Berlusconi,
assolutamente. Ma lâintento in un primo tempo era di affidare la
gestione alla Democrazia cristiana e alla Confindustria. Sentii parlare
lo stesso direttore generale del ministero del progetto di una rete
televisiva regionale.
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| (Roberto Gervaso - Foto U.Pizzi) |
Chi lâaveva messa in contatto con Berlusconi e perché lo iscrisse alla P2? Mi era stato presentato da Roberto Gervaso. Ma non fu Berlusconi a illustrarmi il progetto delle tv, bensì il dottor Carbone. Berlusconi
era un imprenditore brillante, pieno di intuizioni, emergente. Lavorava
ancora solo nel settore immobiliare ma con grandi risultati. A Milano
acquistava terreni a destinazione agricola che poi diventavano
edificabili. In quel periodo ci fu una sorta di boom del mattone. In
questo, oltre che capace, si è rivelato un imprenditore anche molto
fortunato. Era comunque un personaggio interessante: per questo gli
chiesi di entrare nella P2.
Ricorda la sua iniziazione? Avvenne
nel 1977, nella sede di via Condotti. Câerano anche Gervaso e il medico
Fabrizio Trecca, che era un poâ il capofila del raggruppamento
riservato agli operatori dei mass media. Lo stesso che riuniva tutti i
giornalisti iscritti. Finita lâiniziazione gli consegnammo i guanti, il
grembiule e una tessera da Apprendista. Sbagliando: perché doveva
essere da Maestro. Berlusconi ce la rimandò indietro e noi gliela cambiammo, allegando una lettera di scuse.
Si
è scritto che un punto del Piano di rinascita, quello favorevole alla
creazione di città satellite, fosse stato pensato proprio per
appoggiare Berlusconi. Le città satellite sono state una trovata di Berlusconi, come pure, credo, la definizione.
Nel novembre 1980, in vista del Mundialito che si terrà di lì a poco in Uruguay, Berlusconi
si aggiudica i diritti televisivi dellâevento e a dicembre firma
lâaccordo con la Rai e il ministero delle Poste per trasmettere le
partite. Ã la fine del monopolio Rai, uno dei cardini del Piano di
rinascita. Del Mundialito non ricordo. Posso dire però che
per noi era importante rompere il monopolio della Tv di Stato per
evitare che diventasse ostaggio della politica, spartita fra i tre
maggiori partiti. Come televisione pubblica doveva essere controllata
dallo Stato, non dai politici. Bisognava evitare la lottizzazione. Ci
fossimo riusciti, sarebbe poi bastata anche una sola rete televisiva.
Però statale. Le cose sono andate diversamente e noi speravamo che un
network di tv private, sottoposte a un regolamento preciso, avrebbe
permesso di superare alcune delle anomalie generate dalla
lottizzazione. Per esempio garantendo la diffusione di alcune notizie
importanti per il Paese.
Anni dopo lâesplosione dello scandalo della P2 Berlusconi ha preso pubblicamente le sue difese. Come sono oggi i suoi rapporti con lui? I
miei rapporti? Credo di averlo visto un paio di volte dopo lo scandalo
del 1981. A Roma mi sembra. Il tempo di una stretta di mano. Mi ha
detto: «Mi spiace di quanto è successo». Lo stesso che mi hanno detto
altri. Naturalmente lui era dispiaciuto anche per le cose che gli sono
state attribuite a causa della sua iscrizione alla P2.
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| (Silvio Berlusconi - Foto U.Pizzi) |
Molti fanno notare le assonanze dei capisaldi del Piano di rinascita con alcune riforme e programmi dei governi Berlusconi. Soltanto una coincidenza? La
Tv lo dice spesso. Specie per la riforma della scuola o per quella
della giustizia. Dovesse essere vero, significa che avevamo lavorato
bene. Che i nostri suggerimenti sono rimasti validi anche a distanza di
tanto tempo. Anche a Craxi erano piaciuti alcuni nostri
indirizzi. Trovava valido il progetto di repubblica presidenziale e
sono certo che, se non fosse caduto, lui quella riforma lâavrebbe
realizzata.
24 - Continua
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