| |
PROPAGANDA's posts with tag: libri
Michele Serra per “la Repubblica”
Paolo Villaggio © Foto U.Pizzi La brutale poetica di Paolo Villaggio, fonte di notevole ilarità per almeno un paio di generazioni, con gli anni è incrudelita fino ad assumere i crismi del cinismo perfetto. Interessa poco sapere se questo approdo definitivo appartenga all´uomo o solamente all´autore. Come lettori ne siamo comunque attratti, perché nel novero piuttosto vasto dei timbri comici disponibili, quello di Villaggio spicca per la gloriosa mancanza di freni inibitori, di sfumature, di giri di parole.
Il comico, per Villaggio scrittore, è il mezzo più congeniale per arrivare al sodo, denudare la lingua dei suoi orpelli, colpire al cuore (probabilmente lui scriverebbe: al culo) la vanità dei comportamenti umani, la meschinità sostanziale che si nasconde dietro ogni maschera sociale. Siamo tutti Fantozzi, nessuno escluso.
Questa sua ultima, molto impressionante fatica, “Storia della libertà di pensiero” (Feltrinelli, pagg. 190, euro 14,50), già in copertina propone uno squartamento (stampa medievale) che in altro contesto, unito al titolo, ci avrebbe orientato verso un infiammato sdegno contro la violenza del potere, il martirio degli spiriti liberi, eccetera. Anche perché, sulla quarta di copertina, un´astuta e subdola nota dedica il libro «a tutti quelli che non sono stati creduti e che sono stati perseguitati, torturati e uccisi». In realtà, letto il libro, si può tornare alla copertina e ri-guardare la scena di efferata tortura con un ghigno rabelaisiano.
Perché i sette personaggi scelti dall´autore (Socrate, Giulio Cesare, Gesù, Colombo, Savonarola, Giordano Bruno, Galileo) per cucirgli addosso altrettante «biografie non autorizzate», hanno ben pochi tratti di eroismo intellettuale, o di nobiltà incompresa e violata. Sono parte integrante di un fibrillante affresco sociale che estende a ogni epoca, ogni cultura, ogni ambiente, più o meno lo stesso disperato dibattersi alla ricerca di un briciolo di visibilità, di successo sociale, addirittura di felicità
l Socrate sessuomane e pederasta che apre la sequenza non riesce neanche a bere la cicuta, e soprattutto patisce la sua condanna non per avere offeso il potere, ma per soddisfare l´odio della moglie Santippe, stufa (e si capisce) di dover sopportare un vecchio e laido maniaco sessuale. Il Gesù di Villaggio (altro che Dan Brown) è una specie di relitto sociale che vaga per la Galilea con gli apostoli mangioni e sfaccendati, disgustando il padre e i fratelli che conducono invece una impresa di falegnameria con zelo quasi brianzolo.
Il mitico Fantozzi, alias Paolo Villaggio E ben altra gloria avrebbe meritato (questa è l´idea più bella del libro) un valoroso giovane romano, tale Fabio, che predica lo stesso amore per il prossimo che ha reso immortale il Cristo, e viene crocifisso a Capri lo stesso giorno: ma di lui nessuno avrà memoria, essendo un povero cristo qualunque e non proprio quel Cristo.
Penose faccende di letto e prestazioni sessuali scadenti animano la vicenda di Colombo. E una erotomania generalizzata (Cesare barrisce al termine di ogni amplesso), accompagnata da smodata sete di potere, goffe ambizioni, invidie bestiali, tare fisiche e psichiche, e una puzza onnipresente di cane marcio, sono il contesto «medievale», brulicante e ferino, nel quale tutte le epoche e tutti i personaggi sprofondano.
In una bolgia comica che contiene ampiamente dosi di dolore e di desolazione che a tratti quasi inducono al disgusto e alla ribellione. Ma l´insieme, alla fine, ha una sua potenza, perfino una sua ferrea etica. Tanto che meriterebbe coniare un neologismo (il contrario di agiografia: dis-agiografia? disagio-grafia?) per definire la capacità dell´autore di NON credere mai a qualcosa che assomigli alla buona fede o alla generosità o all´ingenuità. Nel mondo secondo Fantozzi, tutto è basso, niente è alto. Al cinema, e anche nei primi libri, questa crudeltà villaggesca è abbondantemente soverchiata dalle risate. Che sono il solo lubrificante adatto per mandare giù certe pietre.
Qui il peso dell´inutilità quasi assoluta di ogni gesto umano, di ogni idea, è privo di qualunque alibi, sprovvisto di qualunque ammortizzatore. In questo senso, “Storia della libertà di pensiero” è un libro tutto d´un pezzo. Spesso esilarante, a tratti così efferatamente sgradevole da rasentare l´uggia tipica di certa letteratura splatter, sempre coraggioso. E questo, con la libertà di pensiero, in fondo c´entra.
Le avventure biografiche di Charlie Chaplin potremmo suddividerle in tre scenari. Nel primo (ad opera, in particolare, di Kenneth Anger) il personaggio viene presentato come demone, a prescindere dalla sua arte; nel secondo, sommario, referente sui dati esistenziali, moralmente elusivo, il personaggio viene descritto nelle molte vite vissute fuori e dentro i teatri di posa; nel terzo, il personaggio cessa di essere tale, e s'illumina nell'interpretazione della sua genialità cinematografica (è il caso di questo volume, fresco di stampa, “Chaplin e l'immagine”, che porta l'impronta di Sam Stourdzé, fine studioso dei rapporti tra cinema e fotografia).
Ma entrare nel terzo scenario significa, per il lettore attento a Charlot, oltre che apprendere risvolti preziosi, liberarsi la mente dalle pagine, per alcuni versi agghiaccianti, scritte dal regista statunitense Kenneth Anger, non trascurabile rappresentante di un'avanguardia attenta alle manifestazioni della violenza e della sessualità. D'altra parte “Hollywood Babilonia” ci fa conoscere ombre profonde, sordide, che paradossalmente accrescono la luce giocosa del riscatto artistico di Charlot, specie agli inizi del suo spettacolare successo.
Riferisce Anger: Hollywood, a metà degli anni Venti, è di un lusso da sbalordire, castelli in stile ispano-moresco, Isotta Fraschini e Hispano-Suiza foderate di leopardo, stanze da bagno piastrellate d'oro, dollari gettati dalla finestra, paradisi artificiali. Chaplin è oggetto di commenti svariati e contrastanti. Ma diviene di pubblico dominio la sua predilezione per le ragazzine.
Si tenta in ogni modo di tenere segreto il suo «fidanzamento» con Mildred Harris, di quattordici anni. Ma poi esplode il suo legame con la piccola Lolita Mac Murray (non ha che sette anni quando «fanno conoscenza» in una sala da tè). Lolita diventa la star Lita Grey, grazie sia a Chaplin, sia alla madre, definita dalla stampa «una furibonda calcolatrice», che è l'ispiratrice e la strategica conduttrice del lungo e torbido rapporto. Quindicenne, Lolita-Lita viene presa nel cast della “Febbre dell'oro”, ma dopo qualche sequenza deve interrompere la lavorazione perché incinta. Il matrimonio forzato con Chaplin si celebra nel 1924 in Messico. Scandalo enorme. Nasce Sidney e, l'anno seguente, Charles Junior. A questo punto, la «madre del complotto» batte gli ultimi tasti della sua macchina calcolatrice. Induce la figlia a chiedere il divorzio e un milione di dollari (di allora!) come risarcimento danni, accusando Chaplin di perversione amorosa (proprio lei!). L'atto di accusa contro «il terrore delle culle », come sghignazzò l'America, è impressionante (le leghe puritane reclamarono l'interdizione dei suoi film); se ne conosce il testo dall'estratto della rivista “Transition”, che porta le firme degli intellettuali europei in difesa dell'artista (si va da Aragon, Breton, Eluard, Ernst, Prevert, Queneau a tanti altri). Che resta di quel dramma? La frase di Chaplin: «Sono invecchiato di dieci anni» e il nome «Lolita», che doveva ispirare «un bestseller», come lo definisce Anger. Torniamo alla premessa.
Sfogliando il volume “Chaplin e l'immagine” gli occhi e la mente, ripetiamo, si ripuliscono. Sam Stourdzé apre la sua brillante introduzione citando una sequenza che calza a pennello. C'è Charlot che flirta con l'attrice Mabel Normand. Quando si china a cogliere qualcosa, Mack Sennet, il suo rivale in amore, spunta da un albero e gli affibbia un calcio nel sedere. Colto di sorpresa, Charlot si rialza e, fraintendendo, ripete lo stesso gesto sulla graziosa compagna. Permutazione di una gag famosa: l'innaffiatore innaffiato che si trasforma in innaffiato innaffiatore. Nel testo, Chaplin ha modo di innaffiare, fuori di metafora, rivali e detrattori con i tanti colpi del suo genio, tutti ben documentati.
David Robinson ci illustra i disegni di scena dei Chaplin Studios (strepitosi i disegni di preparazione scenografica de “Il grande dittatore”). Ci sono le cronache di quando l'artista arriva a Roma, nel 1952, con le testimonianze di tutto il cinema italiano. Troviamo la serie di illustrazioni di Fernand Léger. Le risposte sul «come e perché»: perché Charlot adottò i baffi, il bastoncino, la sua camminata da pinguino; come ideò le sequenze dove la poesia scaturisce, a sorpresa, dal suo contrario (valga per tutte l'incontro con la fioraia cieca in “City Lights”).
E infine c'è lui, il genio, con le sue dichiarazioni d'anima, oltre che di metodo. Fra le più belle, e anti-Anger, questa: «Il silenzio... non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L'animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca».
Francesco Borgonovo e marcellopera per “Libero”
Tom Wolfe Nel 1998 erano trenta. Adesso sono quaranta. Nel 2018 saranno trascorsi cinquant'anni dal 1968. E i discorsi e le analisi dell'argomento saranno sempre gli stessi, qualche commentatore a favore, qualcuno contro. In tutto il can can mediatico, continuerà a mancare un documento davvero formidabile sull'epoca e i suoi animatori. Si tratta di "The Electric Kool-Aid Acid Test" di Tom Wolfe, un fulgido esempio di "New Journalism" che lo scrittore americano biancovestito ha dato alle stampe proprio nel 1968, insieme a un altro lavoro strepitoso intitolato "The Pump House Gang" (pure questo assente dalle librerie italiane).
In quei due libri, Wolfe raccontava dal di dentro gli anni Sessanta, fornendo un'interpretazione che ancora oggi ha valore e quando piomba nel dibattito lascia poco spazio a repliche. Nel primo dei due volumi Wolfe racconta la storia dello scrittore Ken Kesey e della sua sgangherata combriccola formata dai "Merry Pranksters", di cui faceva parte anche il beat Neal Cassady (protagonista di "On the road" di Kerouac). Insieme, questi personaggi viaggiarono (era il 1964) in lungo e in largo negli Usa a bordo di un furgoncino multicolore. Dove arrivavano, facevano test sui "nuovi adepti" al loro culto: quello delle droghe psichedeliche, degli acidi e della marijuana. Wolfe li seguì e vergò un resoconto della loro esperienza che Kesey stesso definì «accurato al 99 per cento».
"The Pump House Gang", invece, è una raccolta di articoli dedicati alla controcultura statunitense, in cui spiccano quelli sul surfista Jack Macpherson e il suo popolo di selvaggi del mare che abitava sulla Windandsea Beach di La Jolla, in California, località celebrata dalle canzoni dei Beach Boys. Wolfe ha parlato di questi due libri e dei suoi ricordi dei Sixties in una lunga intervista con Tim Adams, giornalista inglese dell'Observer, pochi giorni fa.
Il pezzo di Adams che ne è seguito lo trovate sul sito del Guardian (www.guardian.co.uk), assieme alla registrazione integrale dell'intervista (51 minuti). I due si sono incontrati nell'appartamento di Wolfe nell'Upper East Side di Manhattan e hanno stilato un bilancio spietato del Sessantotto e dintorni. «Credo che gli anni Sessanta siano iniziati con l'arrivo dei Beatles all'aeroporto Kennedy di New York nel 1964», racconta Wolfe. «Sono stato mandato dal mio giornale, l'Herald Tribune di New York, a coprire l'evento. Quando i Beatles passarono la dogana, mi ricordo il rumore, un'ondata di ragazzi che correvano verso la band che vedevano per la prima volta. Fu straordinario».
Gli scarafaggi di Liverpool salirono poi su quattro diverse Limousine e Tom seguì George Harrison: «Non ho mai incontrato un uomo più diretto e sincero di lui». Wolfe ammette di non essersi reso conto subito che i Sixties erano iniziati (sarebbero finiti presto, proprio nel Sessantotto). Era affascinato e terrorizzato dai mostri strani coi quali aveva a che fare in quegli anni. «Finché ho scritto di hippy e di quella roba, la gente pensava che fossi un liberal infuocato», sorride.
George Harrison IL NUOVO MISTICISMO - Infatti il re dell'acido Kesey lo interessava parecchio. Il suo, spiega, «era un gruppo religioso primordiale. Questo è il motivo per cui Kesey ha iniziato quei test sull'acido. Era un'esperienza estatica... nello stesso modo in cui i primi cristiani utilizzavano il vino. (...) Era tutto molto mistico e quando alla mattina guidavo verso San Francisco per dormire un po' e vedevo tutta quella gente che andava a lavorare, mi sentivo infinitamente superiore a loro, perché io ero stato sveglio tutta la notte ad ascoltare grandi verità».
Ma la fascinazione finiva lì: tanto che quando Kesey gli chiese di «gettare via il taccuino e la penna a sfera e unirsi al suo gruppo», Tom ci pensò «seriamente» per «sei secondi». Poi rifiutò. Perché «quello che scrivi è più importante di qualsiasi causa, fino al momento in cui i barbari sono a due isolati da casa tua. Allora forse dovresti pensarci di nuovo su». Opinioni del genere gli procurarono le critiche di un illustre collega, l'inventore del Gonzo Journalism Hunter Thompson: «Il problema di Wolfe» disse «è quello di essere troppo scontroso per partecipare alle proprie storie. Le persone con cui si sente a proprio agio sono noiose come una merda secca e le persone che sembrano affascinarlo come scrittore sono tanto strane che lo rendono nervoso».
Un po' d'astio nei suoi confronti ce l'aveva pure Norman Mailer, recentemente scomparso, il quale sentenziò: «C'è qualcosa di cretino in un uomo che veste di bianco tutto il tempo, soprattutto se vive a New York». Tuttavia, Wolfe lo ricorda con affetto: «Le faide con lui erano belle, mi manca». Poi, non è che Tom fosse così restìo a farsi intrigare, in particolare dai culti prêt à-porter che infiammavano gli animi. «Potete ridere del misticismo, se volete» ha scritto nei Sessanta «forse il "misterioso" è un cumulo di immondizia, ma nonostante tutto è interessante».
Antropologicamente, però, da osservatori. In realtà, spiega Wolfe, la vera rivoluzione dei Sixties l'hanno fatta i soldi. «Quando mio padre vedeva questi ragazzini hippy andare a vivere in una fattoria, rideva sempre» dice «"Contadini", iniziava, "alzarsi alle quattro di mattina per dar da mangiare al bestiame... Non suoni la chitarra quando fai il contadino"».
Infatti, quello che ha permesso l'esplosione della contestazione, della musica indipendente e il miglioramento della qualità della vita è stato il boom economico. «Abbiamo avuto almeno dieci anni di ininterrotto boom dei mercati finanziari», spiega Wolfe.
RICCHI SENZA DIO - I ragazzi si trovavano un po' di soldi in tasca, e potevano dedicarsi alle loro passioni, consumo di droghe compreso. In parallelo si diffondeva l'ateismo, specialmente fra «le persone con istruzione elevata. Quando i tuoi figli hanno delle convinzioni» spiega «e tu non sai in che cosa credere, è difficile alzare il dito e dire "Non devi"». In tutto questo caos di valori, scoppiava la guerra in Vietnam, che per Wolfe rimane «un tentativo davvero idealistico di fermare la diffusione del comunismo».
Ed è con quelli che la contestarono, i futuri Radical Chic, che Tom se la prende con gusto. Divertente un episodio che coinvolge Günter Grass e Allen Ginsberg: «C'erano diversi intellettuali contro la guerra in Vietnam» racconta ad Adams, riprendendo una vecchia conversazione col cronista José Manuel Calvo «Allen Ginsberg insisteva a spiegare che questo Paese stava diventando fascista, che tutto faceva pensare a un'epoca simile a quella di Hitler. Io scoppiai: "Ma di cosa sta parlando? Siamo in piena esplosione di felicità in questo Paese".
Ed era vero: la gente guadagnava bene, era l'epoca del twist, la Borsa continuava a salire... Evidentemente, il Vietnam era orribile; ma, a parte questo, il resto del Paese viveva bene. E allora, Günter Grass, che non era precisamente un conservatore, disse: "Se fosse veramente uno Stato fascista, questa scena sarebbe molto diversa. Lei sta parlando da mezz'ora contro il governo. I nazisti non le avrebbero dato questa mezz'ora". Tutti rimasero impressionati, perché, in fondo, lui sapeva di cosa stava parlando. Io avevo ragione e loro avevano torto».
Un altro esempio riguarda Noam Chomsky. Il quale prima della guerra era considerato un grande linguista, ma non un intellettuale, perché un intellettuale è «uno che conosce un argomento ma che, pubblicamente, parla d'altro». Quando iniziò a contestare l'intervento militare, subito lo incoronarono maître à penser. «Qui un intellettuale deve sempre indignarsi per qualcosa» ha spiegato una volta Wolfe. «Come disse McLuhan, l'indignazione morale è la strategia adeguata a rivestire di dignità l'idiota». Suona come la marcia funebre del dibattito sul Sessantotto.
I found myself within a forest dark, For the straightforward pathway had been lost.
Tratto da “Lui (marcellopera)”, romanzo caliente di Catherine Spaak (Mondadori)
LUI di Catherine Spaak Mi regalò un completo di biancheria intima. Voleva che mi "vestissi" per fare l'amore. Gli piacevano gli stivali, i tacchi a spillo, i tanga, i bustini. Non possedevo nulla di tutto ciò. Mi divertii a sorprenderlo, almeno così credevo. Non avevo mai giocato all'adescamento; e scoprii un mondo insospettato e le calze autoreggenti col pizzo nero. Vivevo queste novità come un gioco innocente, senza turbamento. Ero troppo presa dall'ansia di piacergli per accorgermi che c'era qualcosa di vagamente inquietante nelle sue richieste. Poi mi chiese di inventare delle storie erotiche per lui; di volta in volta dovevo trasformarmi in massaggiatrice, giapponesina, infermiera, cameriera, prostituta o misteriosa vicina di casa. Me lo chiese timidamente, affrettandosi ad aggiungere che lo avrei fatto solo se lo desideravo anch'io. Era sornione, ammiccante. Provai le varie divise inventando personaggi del tutto improbabili per me, ma questo gioco acuì la mia immaginazione e creai il personaggio di Nanda, la prostituta romana un po' sfigata, sognatrice, con il cuore d'oro che lo conquistò immediatamente. Minigonna con frange svolazzanti, calze a rete, stivali a mezza coscia, strizzata in un bustino scollatissimo, la parrucca rossa con la frangetta, ero Nanda che l'aspettava sul letto disponibile e ironica. Voleva che Nanda gli parlasse con l'accento di Trastevere dei suoi sogni di lusso e immaginarie frequentazioni di VIP. Lui fingeva di essere un cliente importante e molto facoltoso, ma che non pagava mai, timido e un po' impacciato delegava a lei tutte le iniziative. Bisognava spogliarlo, baciarlo, stuzzicarlo, provocarlo. Fui anche spesso un'infermiera malandrina, la cameriera di sua moglie senza mutande sotto la divisa, la giapponesina-geisha tutta moine e risatine, la vicina di casa perversa che viene a prendere un tè... Ma Nanda rimase la preferita. Ogni volta con l'arietta furba mi diceva: «Ti vai a vestire?». Le preparazioni erano sempre laboriose; candele accese nella penombra, musica soft, scelta della biancheria e accessori, poi la recita. Non dovevo saltare nessun passaggio; il rituale era lento, ripetitivo e mi toccava dedicarmi interamente al suo piacere. Dopo, lo lavavo con spugne tiepide, senza bagnare le lenzuola, mentre già dormiva. Passò rapidamente il divertimento che si era trasformato in lavoro: il mio piacere non era mai incluso nei rituali. Cominciai a sentirmi triste e a interrogarmi sul senso reale di queste sue richieste. Non ascoltai la mia piccola voce interiore che, per la prima volta, cercò di farsi udire. Cosa cercava di dirmi quella voce? Volevo convincermi che quei giochi fossero l'approfondimento di una nostra complicità, una connivenza che dovevo imparare a gestire con leggerezza e ironia. Ma questo ragionamento non corrispondeva a ciò che provavo realmente, le sue richieste suscitavano in me sensazioni di disagio e malessere che cacciavo via con violenza, impedendomi di riflettere ma soprattutto di ascoltare il mio corpo e le mie emozioni. Oggi comprendo che erano i primi segnali d'allarme ai quali avrei dovuto prestare un'estrema attenzione. In realtà, con queste recite, lui ricreava il suo mondo segreto e attraverso questo suo stratagemma si permetteva di usarmi per le sue proiezioni contorte senza suscitare sospetti. Non faceva più l'amore con me ma con i suoi fantasmi, non ero più la donna che diceva di amare che stringeva a sé ma, via via, le sue risvegliate fantasticherie; al posto mio poteva esserci chiunque. Era scomparsa la tenerezza, la liquidità dei suoi sguardi: ero sempre, di volta in volta, un'altra, una sconosciuta. Non avevo ancora compreso il suo gioco, l'insinuarsi, con il mio consenso, la mia partecipazione, di quel veleno che mi portò rapidamente a diffidare di me, a prendere le distanze dalla realtà fino a negarne l'evidenza. Doveva divertirsi un mondo a trasformare la "timida pastorella" in baldracca. (...) Nella sua vita il sesso era tutto, l'unico modo – seppur disturbato – di rapportarsi agli altri. Solo di quello era sicuro, solo su questo poteva contare: era sempre stato così nella sua vita. La strada più facile. «Ti darò tanto cazzo» mi ripeteva, come fosse il dono più importante che potesse farmi, quello che lo avrebbe reso grande. Evidentemente aveva sempre funzionato. Non poteva sospettare che c'era qualcosa di molto più potente del sesso, almeno per me: l'amore e l'anima. Era convinto di possedere fra le gambe un pezzo di carne davvero unico e spettacolare. Una volta, gli raccontai di aver avuto un flirt con un uomo talmente "dotato" da non poter sopportare la penetrazione. Rimase esterrefatto. Si rifiutò di credermi, gli era inconcepibile l'idea. Mi resi conto di aver scoperto il suo punto più debole, di aver fatto traballare il pilastro della sua esistenza. Non comprese ciò che avevo appena verificato. Voleva comunicare, condividere la fascinazione che provava per il suo sesso in erezione che letteralmente lo ipnotizzava. Non chiedeva solo venerazione, voleva risvegliare la parte più primitiva dell'altro. Rendeva perverso ciò che era naturale comportandosi da vizioso. Se lo toccava in continuazione attraverso la tasca interna dei pantaloni, lo tirava fuori appena un po' rigonfio (l'estate non portava mutande) per mostrarmelo, lo accarezzava, lo vezzeggiava. Si masturbava per il piacere di vederlo ingrossarsi e poi ammirarlo. Lasciava la cintura della sua vestaglia lenta. in modo che si scostasse e che lo si potesse intravedere. Voleva che glielo toccassi mentre guidava o appena sveglio. Immaginava di raggiungermi nella toilette di un ristorante, farselo prendere in bocca in fretta temendo o desiderando di essere scoperto, di avermi carponi sotto la sua scrivania in ufficio e di farselo trastullare mentre, impassibile, ascoltava i suoi clienti. Fantasticava, mentre mi occupavo del suo piacere, ad alta voce, di uomini in fila dietro di me pronti a possedermi brutalmente. Mi raccontava ciò che faceva con altre donne quando ero via. Era sempre la stessa storia: nella nostra stanza entrava una ragazza, le sbottonava la camicetta, le infilava le mani fra le cosce, lei glielo prendeva in bocca e poi... Mi descriveva, col pretesto della complicità, quello che realmente faceva ma io non capivo, come avrei potuto? Una mente malata, la sua, che sfociava nella depravazione. L'abuso. Era la mia ingenuità che eccitava la sua perversione, il suo bisogno di insudiciare, esaltare le sue parti più basse e compiacersene.
Vito Punzi e marcellopera per “Libero”
Karl Kraus C'è da stropicciarsi gli occhi a leggere queste prose e questi aforismi del "brontolone" Karl Kraus (la definizione è sua) che qui anticipiamo grazie all'editore Castelvecchi ("Con le donne monologo spesso. Scritti sulla morale", trad. e cura di Irene Fantappiè, pp. 143, euro 8,5). L'ebreo austriaco nato in Boemia (1874-1936) è stato una delle menti satiriche più virulente del secolo passato e il posto che si è guadagnato nell'Olim po dei classici è confermato da questi scritti, incentrati sulla "questione femminile": ha ragione la Fantappiè, nell'introduzio ne, quando sostiene che «dopo cent'anni ci offre ancora, in mezzo alla materia in decomposizione, diagnosi vivissime».
Quella di Kraus, principalmente attraverso la sua rivista, "Die Fackel" (che dirige e compila quasi da solo per 37 anni), è stata una denuncia continua del giornalismo moderno. L'odio con cui ha rincorso per decenni «la sterminata brulicante genia della stampa» (così Walter Benjamin, suo ammiratore) era fondato sull'orrore che esalava dalla definizione di "opinione pubblica". Un vero pubblico esiste solo se e quando viene informato per essere sollecitato a giudicare. L'aspirazione di gran parte della stampa tende a produrre piuttosto "opinione pubblica", rendendo il lettore disinformato: la rudezza e la violenta verbale con la quale Kraus ha narrato gli eventi giuridici, letterari e politici erano uno strumento per non narcotizzare il lettore e sono, oggi, la prova del suo giocare sempre allo scoperto.
Così giocava anche con le donne, con la morale sessuale, i temi dominanti in questi scritti, redatti secondo la consueta tecnica tesa a distruggere il nemico attraverso l'uso delle sue stesse parole. Non si cerchino qui né un'immagine univoca della donna né una coerente teoria di morale sessuale: piuttosto, non c'è verso d'appisolarsi. Come si potrebbe di fronte al "demone" krausiano che improvviso s'erge a paladino della libertà del sesso femminile e poche righe dopo giudica la donna, poligama per natura, priva di anima, morale e individualità?
La divina Dita von Teese Da “Con le donne monologo spesso”
1 - Di notte tutte le vacche sono nere, anche quelle bionde.
2 - Il piacere di una donna sta a quello dell'uomo come un poema epico sta a un epigramma.
3 - Lo scandalo inizia quando la Polizia vi mette fine.
4 - La prostituzione del corpo condivide con il giornalismo la capacità di non dover avere dei sentimenti. Rispetto a lui, però, ha in più la capacità di poter avere dei sentimenti.
5 - La donna colta si occupa costantemente dell'incarico che le è stato assegnato, cioè quello di non fare sesso, ed è anche in grado di farlo - voglio dire ciò che le chiede l'in carico. All'uomo colto non è mai stato dato l'incarico di non pensare, eppure ci riesce ancora prima che decida di farlo.
6 - Qualche volta la donna è un utile surrogato dell'onanismo. Naturalmente ci vuole un bel po' di fantasia in più.
7 - Le donne sono le persone migliori con cui passare un po' di tempo se si vuole parlare il meno possibile.
8 - Sotto il sole non c'è essere più infelice del feticista, che desidera il piede di una donna e deve accontentarsi di una femmina intera.
9 - Una signora ha un aspetto simile a quello del sole, ma stiamo attenti a non confonderli: il sole, infatti, in un solo giorno, si concede a tanti, mentre la signora è stata creata da Dio per riscaldare uno e un solo direttore di banca, finché non diventa fredda, e finché anche il direttore di banca non sente il bisogno di andare al sole, che in un solo giorno si concede a così tanti, amen.
10 - Le persone gelose sono strozzini che pretendono gli interessi più alti per un prestito che fanno a se stessi.
11 - Una Scienza che sa tanto poco del sesso quanto dell'Arte, ha messo in giro la voce che nell'opera d'arte la sessualità dell'artista verrebbe «sublimata». Ma che bella funzione ha l'arte: far risparmiare i soldi del bordello! Il bordello, invece, ha una funzione ancora più sottile: quella di risparmiare la sublimazione per mezzo di un'opera d'arte.
12 - L'incapacità di tener testa allo spirito se la prende col sesso.
13 - C'è un tipo di pedagogia che, per proteggere i giovani, decide di prepararli già a Pasqua a ciò che troveranno appeso all'albero di Natale. 14 - Gli uomini non sono terrorizzati dalle donne. Di conseguenza, la resistenza nei confronti del movimento femminista può essere soltanto il terrore delle donne di fronte agli uomini.
15 - Ad essere amata non è l'amata lontana, ma la lontananza.
16 - Lo schiavo! Lei fa di lui quel che lui vuole.
17 - Le donne caritatevoli presentano una forma particolarmente pericolosa di sessualità figurata: la samaritiasi.
18 - Cos'è per me l'amore? È ricomporre i tratti peggiori di una donna in una bella immagine. Cos'è per me l'odio? È quando nella brutta immagine dell'uomo vedo i tratti peggiori.
19 - L'astinenza si vendica sempre. A qualcuno provoca i brufoli, a qualcun altro le leggi sulla morale sessuale.
20 - C'è una differenza tra gli uomini che in primavera mettono via il giaccone invernale e quelli che ritengono che mettere via il giaccone invernale sia un metodo infallibile per far arrivare la primavera. I primi si prenderanno più facilmente il raffreddore.
21 - Le donne pretendono il diritto di voto attivo e passivo. Ovvero, che abbiano il diritto di votarsi a un qualsiasi uomo, e che non le si rimproveri più se fanno in modo che qualcuno si voti a loro? Che il cielo ce ne scampi e liberi!
22 - Politicamente, intendono! Ma a condurle a un'idea così disperata sono stati proprio loro, gli uomini. E ora, al genere maschile non rimarrà altro che chiedere al Governo di concedergli le mestruazioni.
23 - Il corpo della donna è qualcosa di immaginario: reali e senza disinganno sono solo le idee e le rappresentazioni. La fantasia anestetizza, rende belle le mani brutte e desiderabile una donna che con l'Altra non ha in comune niente se non, appunto, una brutta mano. A valutare esteticamente è soltanto l'uomo privo di fantasia o la donna senza sensualità. Lei, quando ha qualcosa da ridire sul seno di una rivale, è pur sempre più oggettiva di quanto non sia lui quando ne decanta le lodi. Lui dirige magistralmente un ensemble di difetti, e domina gli ostacoli per riuscire a trarne piacere.
Sono inibizioni piacevoli - o romanticismo! - il fatto che una moglie non sia a casa, il fatto di essere in viaggio o di essere sposati, la dottrina cristiana del peccato e la Legge penale. Chi vive senza inibizioni è un porco. Chi le supera in battaglia è un artista. La donna, da una lotta come questa, riporta a casa solamente i trofei dell'isteria e rimane prigioniera della propria vittoria. Tra i ceppi che la tengono legata, è contraria alle norme tanto quanto l'uomo, inteso come animale sessuale. Ma la libera sensualità di una donna è il massimo valore con cui la Natura l'ha risarcita quando ha dato all'uomo la fantasia.
24 - Secondo il pregiudizio popolare, lo spirito e la personalità degli uomini - soprattutto degli altri uomini - sono determinati dall'orientamento dei gusti sessuali. Questo punto di vista è stato consacrato come un assioma da giuristi e psichiatri: ed essi ne traggono diverse conseguenze. In realtà, si potrebbe indicare come patologica al massimo una tendenza omosessuale presente fin dalla nascita.
E solo quella maschile - che riconosce erroneamente il maschio come «essere erotico», senza vedere in lui una persona dotata di ragione e di princìpi etici - potrebbe davvero colpire l'ordine sociale. Nella donna, essere erotico e antisociale per sua stessa natura, neppure la tendenza verso il proprio sesso può costituire un fattore antisociale nuovo. Ma esisterà mai una sovreccitazione o un raffinamento dei normali impulsi sessuali che possa essere considerato soltanto una questione di gusti e dunque una faccenda privata del diretto interessato?
25 - Nell'amore non c'è niente di scandaloso fino a quando quell'intruso del giudice morale non ci ficca il naso, obbligando i sonnambuli a tornare in sé.
26 - La società borghese è composta da uomini di due specie: quelli che annunciano che da qualche parte è stato scoperto un «covo di vizi », e quelli che si dispiacciono per aver scoperto troppo tardi dov'era. Questa suddivisione ha il vantaggio di verificarsi anche in una stessa persona: per scegliere da che parte stare ciò che conta non sono le differenze in termini di Weltanschauung, ma le circostanze in cui ci troviamo e la considerazione che abbiamo per gli altri. Tuttavia, se c'è qualcuno che crede ancora che moralità e sensualità operino tranquillamente una accanto all'altra, sta prendendo un grosso abbaglio: capita molto più spesso che si attacchino a vicenda. Ciascuna si impegna di continuo per diventare più forte e per allargare il proprio raggio d'azione.
27 - La vera gelosia non pretende soltanto fedeltà, ma la prova che la fedeltà è una condizione raggiungibile. Chi è geloso non si accontenta che l'amata non sia infedele. È proprio ciò che lei non fa a non dargli pace. Ma dato che non esistono prove per l'omissione e che il geloso, invece, una prova la esige, finisce per accontentarsi anche della prova dell'infedel tà.
Sandra Cesarale e marcellopera per il “Corriere della Sera”
«Il rock è sesso», dice Pamela Des Barres al telefono da Los Angeles. Sono le nove del mattino, ha la voce ancora impastata dal sonno. «Queste non sono ore da rock'n'roll», scherza lei, che negli anni Sessanta e Settanta ha diviso le luci della ribalta e le ombre del letto con divinità scellerate come Jim Morrison («Divertente »), Mick Jagger («Geniale, come Leonardo da Vinci»), Jimmy Page («Un romanticone»).
| | (Pamela Des Barres) |
Le sue memorie di groupie le ha già raccolte vent'anni fa nel primo libro «Sto con la band», adesso Pamela arriva a Roma (martedì 13) e Milano (il 16) per presentare «Let's Spend the Night Together. Stanotte stiamo insieme» (edito da Castelvecchi). Il suo quarto lavoro raccoglie le voci di 23 donne e un uomo che sono riusciti a intrufolarsi sotto le lenzuola delle star e, qualche volta, a impadronirsi dei loro sentimenti.
«Le groupie vivono dove batte il cuore della musica — spiega Pamela che nel 2008 taglierà il traguardo dei sessant'anni — ma quando si parla di loro si pensa a ragazze vogliose di fare sesso con una rockstar. Con il mio libro spero di aver dato alle groupie una voce e di aver strappato loro di dosso l'immagine negativa che ne ha la gente». Per «redimere» la categoria, Pamela fa parlare Tura Satana che insegnò a Elvis come baciare (ma non solo); Cynthia Plastic Caster che collezionava calchi di sessi maschili (il pezzo più importante della raccolta è quello di Jimi Hendrix); ma nella lista compaiono anche i più moderni Lexa Vonn (Marilyn Manson) e Pleather, l'unico maschio del gruppo, che intrecciò una liaison con Courtney Love.
Ripercorre la storia di Gail, vedova del geniale Frank Zappa, e ne ricorda una frase: «Il rock'n'roll era l'altare, i tizi che lo facevano erano gli dèi, e le loro donne erano le sublimi sacerdotesse». «Mi ha colpito parlare con Sweet Connie: l'hanno colpevolizzata perché ha ammesso di avere avuto sesso con 30 uomini in una sola notte. Ma lei ne è orgogliosa, amava restituire la gioia ricevuta dalla musica. Noi eravamo una parte importante del carrozzone rock, gli dèi ci volevano con loro e noi dispensavamo consigli su come vestire, dove andare la sera... E li adoravamo».
| | (Mick Jagger) |
Spiega di aver raccolto soprattutto le testimonianze delle sue coetanee, «perché le rockstar di quegli anni erano molto più affascinanti ed erano più avvicinabili. Da quando un fan ha ucciso John Lennon, le band hanno iniziato ad avere molta security intorno. C'è chi come Bruce Springsteen va al supermercato da solo, ma la maggior parte degli artisti non lo fa più, viviamo in un mondo dominato dalla paura».
È stata testimone privilegiata dell'età d'oro del rock: backstage e festini per Pamela non sono un mistero ma, assicura, non c'è nostalgia nei suoi racconti. «La malinconia mi viene soltanto se penso alla grande musica che si creava, oggi non ce n'è molta in giro. Ero sul palco con i Led Zeppelin, i Byrds, i Doors, i Mothers of Invention. Los Angeles negli anni Sessanta mi ricorda il rinascimento fiorentino: una rivoluzione culturale. Springsteen, McCartney, gli Who, i Rolling Stones sono ancora qui per ricordarci che sono eterni».
Il suo mondo, racconta, non è cambiato molto: da tre anni convive con il musicista country Mike Stinson. «La mia vita non è diversa da quando ho iniziato a fare la groupie: avevo 16 anni e dalla finestra di una casa a Bel Air intravidi Paul Mc Cartney, ne rimasi folgorata. Quello era il mondo di cui volevo far parte. Ci sono riuscita».
| | (Paul McCartney) |
I momenti più esaltanti li ha vissuti al seguito dei Led Zeppelin. «Jimmy mi faceva sedere sul palco, sugli amplificatori, per vedere la folla e sentire meglio. Non potevo essere più vicina di così alla band». Non ricorda di essere stata protagonista di liti furibonde con mogli e fidanzate ufficiali: «Ma ho avuto incidenti divertenti. Un giorno, a casa di Jim Morrison, ero completamente fatta e, senza motivo, mi stesi per terra e inarcai la schiena. La gonna si sollevò e mi finì in faccia. In quel momento entrò la ragazza di Jim. Lei urlò: "Vai a farti fottere fuori da qui". Lui? Rideva».
E’ in libreria il nuovo, formidabile libro del giornalista Antonello Sarno, “Italian Babilonia – Cinquant’anni di delitti Vip” (Colorado Noir). Per gentile concessione abbiano estratto parte del capitolo dedicato a Sophia Loren.
LA SCELTA DI SOFIA. IN GALERA PER MAMMÀ
In Italia abbiamo una star del cinema. Non è l’unica, d’accordo, ma in tutto il mondo, ancora, conoscono quasi solo lei. Ha fatto cento film e preso due Oscar, di cui uno alla carriera. È amica di ministri e presidenti. Un’istituzione, una bandiera, un tricolore salutato da tutti. Perché è talmente bella e ammaliante che a settant’anni le hanno chiesto di fare addirittura un calendario nuda, il Pirelli, accanto a top model con un terzo dei suoi anni. Era ora. Il padre di tutti i calendari si è sposato finalmente con la madre di tutti i sex symbol del Ventesimo secolo. Sofia Loren.
Vedova da pochi mesi di un padre fondatore del cinema italiano come Carlo Ponti, produttore, e madre di due figli, Carlo jr e Edoardo (che l’ha anche diretta in un film non riuscito, ma commovente), Donna Sofia è anche pluri-nonna, ma non molla il colpo di un solo centimetro. È la numero uno, il suo trionfo dura da decenni. In Italia, in America. Abbiamo un’ambasciatrice amata e rispettata da miliardi di persone. Chiunque se la terrebbe stretta o la corteggerebbe, come hanno fatto Clark Gable, Peter Sellers, Paul Newman, Anthony Quinn e Cary Grant, peraltro senza grandi risultati, almeno ufficialmente. In qualsiasi paese del mondo una diva così la ricoprirebbero di titoli, cavalierati, riconoscimenti. Noi no. Noi Sofia Loren l’abbiamo messa in galera.
| | (La regina del cinema italiano Donna Sofia Loren - Foto U.Pizzi) |
Sembra un pesce d’aprile, uno di quegli abbocchi per far scrivere i cronisti che ci cascano. Del genere “È morto Pippo Baudo”. E invece è vero. Quando Sofia Loren è entrata in prigione, aprile era passato da un pezzo. Era di maggio, come dice il titolo di una canzone napoletana. Strafamosa come lei. Incarcerata di mercoledì, il 19 maggio 1982. Carcere Giudiziario femminile di via Danucci, Caserta, Italia.
Proprio vero? Bah, sarà. E cos’avrà mai fatto… una strage, un’autobomba al mercato, turismo sessuale, traffico d’organi? Niente di tutto questo. Pregasi prendere nota. La Loren è andata in galera per evasione fiscale. Se questo libro fosse una puntata di Striscia la notizia, a questo annuncio scatterebbe l’inevitabile scroscio di risate selvagge. Sì, vabbe’, figuriamoci… ci mancava solo la Loren in galera per quattro soldi nascosti alle tasse, quando oggi presidenti di banche coinvolti in truffe rovinose per migliaia di risparmiatori si fanno al massimo qualche giorno ai domiciliari… ma va’, chi se lo ricorda, inventatevene un’altra!
Una come Donna Sofia in questo libro non ci starebbe nemmeno dipinta, se non fosse vero. Anzi, manco morta. Da Babilonia c’è passata anche lei. Scicolone Sofia da Pozzuoli (Na) in arte Sofia Loren. Classe di ferro 1935. Trenta giorni tondi di galera, per questo stranissimo reato che in Italia forse esiste. Come forse esistono i marziani, il mostro di Loch Ness e i colpevoli della strage di piazza Fontana, anche se nessuno crede più che ci siano davvero. Sono creature di fantasia. Come gli evasori fiscali.
Eppure, eppure… secondo taluni studiosi non pagare le tasse sarebbe un reato previsto dal codice penale, ma nella vita quotidiana i codici li usano solo quelli che ci lavorano sopra: giudici, avvocati e poliziotti. Tutta bella gente, per carità, ma poi c’è “l’Italia vera, ué… quella che lavora seriamente, fatta di cittadini onesti, che in questo Paese hanno ben altro da fare che pensare alle leggi!”. Satira a parte, Sofia Loren in galera per evasione fiscale fa ridere solo a dirlo. Allora dovrebbe stare in galera mezza Italia, con l’altra metà in attesa di entrarci… È questo l’aspetto più “babilonese” di tutto il caso Loren. Siccome non possiamo mettere in galera tutta l’Italia per il reato più diffuso nel Paese, allora sbattiamo in cella soltanto te che sei famosa. L’avvocato Vincenzo Sepe, difensore della Loren, non fa che ripeterlo: «Il fatto di essere un personaggio pubblico non può essere un’aggravante» ma nessuno gli dà retta. In galera. Che serva da esempio!
| | (Il regista Carlo Ponti con la moglie Sofia) |
Così il mondo saprà che anche da noi la legge è uguale per tutti. E come no? Peccato che dai tempi dell’Unità d’Italia la storia giudiziaria del nostro Paese dimostri esattamente il contrario. Peccato soprattutto che quel 1982 sia uno degli anni più torbidi della nostra storia recente, in assoluto il meno indicato per dare esempi di fermezza e trasparenza a chicchessia, altro che ai contribuenti. Tra lo scandalo del Banco Ambrosiano, l’omicidio di Roberto Calvi, il coinvolgimento dello IOR, la Banca Vaticana, il crack della Rizzoli-Corriere della Sera, terroristi armati fino ai denti fra BR, NAR e Prima Linea, la guerra civile tra i cutoliani della NCO contro la Nuova Famiglia di Nuvoletta e Bardellino, i servizi segreti così segreti che nemmeno il governo sapeva delle tremende cazzate che stavano facendo… Sarà anche per questo che ormai quasi nessuno se lo ricorda più, della Loren al fresco.
La responsabilità imputata all’ex “pizzaiuola” (con la “u”, alla napoletana) riguarda il mancato pagamento dell’imposta complementare della dichiarazione dei redditi 1963-1964 su un imponibile di 112 milioni di vecchie, anzi, vecchissime lire. Somme amministrate da un fiscalista infedele o pasticcione, cui la legge dell’epoca non addossa quasi alcuna responsabilità, spostandole direttamente sul contribuente. Una norma trascurata dall’attrice, che nel 1980 si era perciò ritrovata con una condanna resa definitiva dalla Cassazione. Un caso di… evasione sentimentale. C’è un cuore che batte nel centro di Pozzuoli.
Già, perché Donna Sofia, che all’epoca abita all’estero, cittadina residente oppure onoraria di una mezza dozzina di Paesi, ha voluto tornare in Italia per scontare la sua condanna ormai passata in giudicato. E l’ha fatto per un motivo ben preciso. Un motivo che sembra una sceneggiatura di De Sica e Zavattini. Più un pizzico di Eduardo. Una storia tipo L’oro di Napoli. Il sentimento che riporta Sofia nelle patrie galere riguarda una persona rimasta in Italia. E che lei, con quella condanna pendente e inevitabile, non avrebbe più potuto vedere. Non senza saldare il suo debito con la giustizia. La persona è Mammà: Donna Romilda Villani. Una madre forte, coraggiosa, anche dura, cui Sofia è legatissima.
Il mito della Loren, almeno all’inizio, se l’è un po’ inventato proprio Donna Romilda, figura a metà tra la manager e l’istitutrice nella Napoli del dopoguerra. Il minimo che Sofia può fare, per starle vicina durante la vecchiaia, è lasciarsi arrestare. Il 19 maggio 1982, il volo AZ-411 la riporta in Italia da Ginevra, dove risiede ancor oggi, in una villa trasformata nel deposito dei tanti ricordi di una carriera ineguagliata e irripetibile. Sofia non butta via niente. Conserva tutto, scaramantica come ogni napoletana doc. Una meticolosità che, nel 2006, ha fatto la fortuna della straordinaria mostra antologica dedicatale a Roma da Vincenzo Mollica.
| | (La bellissima Sofia) |
A bordo dell’aereo si sono imbarcati anche alcuni fotografi. Ti pare che la Loren torna in Italia per costituirsi e radio-paparazzo non trasmette il messaggio? Saranno proprio i fotoreporter – sulle sue tracce fin da Ginevra – a raccontare degli acquisti fatti dall’attrice nella farmacia dell’aeroporto svizzero. Pare che abbia comprato un calmante, per poi scoppiare in lacrime, sorretta dalla sorella Maria, ma ai fotografi-viaggiatori il colpo non riesce, visto che non appena tentano di scattare, Sofia fa intervenire direttamente il comandante dell’aereo.
Stop-dimentica. Bon voyage, ma niente foto. Poi, l’arrivo a Roma Fiumicino. Sono da poco passate le 12.30. L’ora della scena più difficile, perché è impossibile sbagliare. Non ci saranno repliche. L’abbigliamento scelto per l’occasione è assolutamente sobrio: abito di seta verde scuro con una fantasia in rosso, cintura color oro, i soliti larghi occhiali in celluloide. Quando scende dalla scaletta, la Loren stringe tra le mani il mazzo di margherite che le è stato regalato sull’aereo.
È accompagnata da due funzionari di polizia, saliti subito sull’aereo per arrestarla “in nome del popolo italiano” che invece, come si vedrà, non è affatto d’accordo. Il popolo non conta niente, altrimenti Sofia in galera non ci sarebbe mai entrata. La portano subito negli uffici della Polizia di Frontiera, dove tra varie formalità, resta per quasi un’ora con la sorella Maria. Poi via, sull’Alfa Romeo con targa civile che la conduce al carcere di Caserta.
È nella sala transiti di Fiumicino che succede l’inferno. Poco prima che la Loren esca dagli uffici della Polizia di Frontiera, arriva in aeroporto Alberto Sordi, diretto a Cannes per alcune riprese di “In viaggio con papà”. I due non s’incontrano, ma ci manca un soffio. L’esercito dei cronisti parte all’assalto. Circondato da una folla irta di microfoni e flash, Albertone difende l’amica con cui, vent’anni dopo, condividerà moltissime premiazioni “alla carriera”. «Forse è giusto che Sofia torni in Italia, visto che c’è una sentenza definitiva, ma credo che non sia colpevole. La verità è che in Italia il sistema fiscale è troppo complicato e ci si deve necessariamente affidare all’aiuto di esperti. Quando, anche non volendo, questi sbagliano, a dover pagare siamo noi.»
Pochi minuti, e tocca alla Loren. Esce senza manette. Il paragone con la Norma Desmond di Viale del tramonto è quasi inevitabile, a parte il fatto che là non ci sono scale, che la Loren il viale del tramonto non l’ha mai imboccato (e ormai non lo imboccherà più…) e che i cameraman dei vari TG tutto sono meno che registi alla Cecil Blount DeMille. Sofia è tesa, ha il viso tirato ma tra flash e telecamere sembra quasi rilassarsi. Prima della sosta negli uffici della polizia aveva pronunciato solo qualche frase, affermando con emozione di essere tornata perché non resisteva più lontano dall’Italia, e per essere di nuovo libera di rivedere la madre senza più costringerla a spostarsi in lunghi viaggi all’estero. È tornata a essere la regina del set.
«Non sono tornata per il cinema, sono tornata perché amo l’Italia» dice ai microfoni. «Non è colpa mia se mi trovo in questa situazione: non è che non ho voluto pagare le tasse, sapete tutti che è stato un errore del mio fiscalista. Certo, sono preoccupata per questo mese che mi attende in carcere. Ho presentato domanda di grazia al Presidente: adesso ho fiducia nella giustizia del mio Paese.»
Maria non la lascia un attimo. È la moglie del figlio minore del Duce, Romano Mussolini (da cui ha avuto Alessandra, l’attuale parlamentare). Di fatto, nelle lunghe settimane di detenzione, lei è il solo contatto tra la Loren e il mondo esterno. «Noi tutti speriamo che il Presidente Pertini, un uomo tanto sensibile, conceda la grazia a Sofia» dice alla stampa, dopo aver lasciato entrare la sorella in prigione. Le cose non vanno nel modo sperato da Maria Scicolone Mussolini e il motivo appare semplice, quasi elementare, se osservato oggi: un quarto di secolo dopo la vicenda. Sì, perché basta andare un po’ indietro con la memoria, anzi, con la Storia del nostro Paese, per non stupirsi granché del duro atteggiamento adottato dal presidente. Socialista fervente, fiero e irriducibile oppositore del fascismo. Quel fascismo i cui Tribunali Speciali l’avevano condannato a ben sette pene detentive compreso il confino, da dove era evaso per due volte.
Dal Quirinale, le notizie non sono buone. Interpellato sull’ipotesi di concedere la grazia all’attrice, di cui è evidente la non colpevolezza (almeno non diretta) malgrado la condanna ormai esecutiva, il presidente della Repubblica Sandro Pertini ritrova l’impeto dei suoi anni da partigiano, quando dichiarava che se avesse incontrato Mussolini in giro per Milano, quel 25 aprile 1945, lo avrebbe «giustiziato all’istante, e di persona!». Cosa che avvenne – per mano di altri – col suo pieno consenso in quanto capo politico del CLN.
Pressato dai giornalisti di mezzo mondo sull’opportunità di concedere la grazia alla Loren, il capo dello Stato si lascia infatti sfuggire un commento di questo tenore: «So che la signora Loren ha una cella singola, con la tv e ogni comfort. Quando in galera c’ero io, sotto il fascismo, noi detenuti politici eravamo ammucchiati in stanzette minuscole, e spesso non ci davano nemmeno da mangiare».
| | (La giovane Sofia) |
Durante il viaggio verso Caserta, la Loren chiede a Dello Russo, il dirigente della Mobile di Roma che l’ha arrestata sull’aereo, come si vive in carcere. Il viaggio dura un’ora e trenta, fa caldo, e il funzionario cerca di tranquillizzarla sull’uso del telefono, sull’igiene e sulla pulizia delle celle. Quello di Caserta è un carcere molto piccolo, nel centro storico della città. Prima era una caserma dei pompieri. Al momento in cui il carcere deve ospitare la Loren, la popolazione è formata da venticinque detenute, per lo più ex contrabbandiere. Fuori, ad aspettare l’arrivo dell’attrice si assiepano più di mille tra curiosi, fotografi e telecamere. ANSA – Quando è scesa dalla Giulia bianca, Sofia Loren ha ricevuto un lunghissimo applauso durato, secondo i cronisti, circa cinque minuti. Commossa, l’attrice ha ricevuto due fasci di fiori, rose rosse e fiori di campo, che le sono stati dati da alcune donne. Sofia Loren ha pianto, poi ha ringraziato i presenti ed è entrata in carcere.
Appena arrivata, dopo la consegna dei valori le danno una cella singola. La prima giornata trascorre serenamente. Sveglia alle 7 con le altre detenute e colazione. Ora d’aria in cortile, dove riceve un altro scrosciante applauso, anche se la direzione del carcere non confermò mai la notizia. Poi, pranzo verso mezzogiorno, in cella. Un po’ di riposo, una breve passeggiata verso le 16, quindi la visita della sorella (che nel frattempo si è trasferita al Jolly Hotel di Caserta) e la lettura di qualche libro. Cena alle 19, poi a letto. Per un’attrice famosa, decisamente una “giornata particolare”, come il titolo di uno dei più bei film della sua maturità, girato da Ettore Scola e interpretato al fianco di Marcello Mastroianni. Del resto, ogni giornata in quel carcere è “particolare”. Soprattutto in quei primissimi giorni di detenzione.
Un mese passa presto, ma se Sofia dovesse ricevere la grazia dal presidente, o magari ottenere la semilibertà dai giudici di sorveglianza… be’, chiunque tra paparazzi e cameraman sa perfettamente che l’attimo in cui la Loren uscirà dal carcere… quell’attimo – esattamente quello – sarà l’immagine che andrà sui giornali di tutto il mondo. Sarà l’apertura dei telegiornali da Roma a Tokyo. Dentro le case, chiusi nelle pensioni, affacciati alle finestre… sono tutti là. In molti si danno il cambio, passandosi i teleobiettivi, pronti a cogliere il minimo sussulto, la più piccola novità o indiscrezione su quella detenzione così anomala. Non a caso dopo pochi giorni le agenzie battono la notizia del “tutto esaurito” a Caserta. Un fatto insolito in una città che, a parte la celebre Reggia dei Borbone, davvero non possiede rilevanti attrattive turistiche.
Quello di Sofia fu un arresto glamour – rivela Enrico Lucherini, leggendario press agent a lungo vicino alla Loren – così come sarebbe stato anche l’arresto di Zeffirelli, che qualche anno dopo ebbe un problema simile, ma allora nessuno pensò a metterlo in prigione [nel 1986, il regista Franco Zeffirelli fu accusato di omessa dichiarazione Irpef e Iva per gli anni ’82-’83, con un’evasione complessiva di quasi un miliardo di lire dell’epoca, N.d.A]. Ricordo che le mandai due righe… avevo già capito che di quel mese in galera Sofia non voleva parlare. Cosa che infatti si è puntualmente verificata. Su quei giorni in prigione non dice più nemmeno una parola. Neppure con me, a quattr’occhi, quando lo scorso anno l’ho rivista! Curavo l’ufficio stampa della bellissima mostra dedicatale da Vincenzo Mollica al Vittoriano di Roma, e appena ho avuto un momento di tranquillità da solo con lei, ho tentato un piccolo accenno al riguardo. Sofia, che è intelligentissima, aveva capito che doveva tornare. Doveva farlo per forza, anche se forse non si aspettava di restare in prigione così a lungo. Quando lo intuì, allora accettò di farsi scattare la famosa foto, l’unica immagine di lei dietro le sbarre. ……………… ANSA – CASERTA, 5 GIU – Sofia Loren ha lasciato alle 6,20 di stamane la casa circondariale femminile di pena di via Danucci, dove era stata chiusa il 19 maggio scorso dovendo scontare trenta giorni di carcere per evasione fiscale. Ottenuta giovedì scorso 3 giugno la semilibertà, all’attrice è stato concesso un periodo di licenza straordinaria per i restanti giorni della pena secondo quanto previsto dalle norme in vigore, e dopo il parere favorevole del giudice di sorveglianza. Per l’uscita dal carcere, Babilonia è ancora più affollata che per l’entrata, diciassette giorni prima. Deve arrivare qualche eco in cella. Mentre aspetta la liberazione, Sofia non dorme. Passa tre notti insonni. La mattina della libertà riesce a mandar giù solo un cappuccino. La sera prima ha salutato le compagne di prigione che ha visto tutte insieme per la prima volta. A loro lascia i tanti regali che le sono arrivati dagli ammiratori. «Sono contenta di andare via» sussurra, «arrivederci e grazie.»
Un film di De Sica. Di quelli della vecchiaia, tipo Una breve vacanza … E lei è così… Vagamente crepuscolare, ma non triste, mai spenta, ancora vivissima. Eppoi, fuori c’è l’Italia dei mondiali di Spagna, quella che aspetta solo di festeggiare la più grossa sbornia calcistica della sua storia. Se non si sbriga a uscire, Donna Sofia rischia il dimenticatoio come Lelio Luttazzi. E infatti si sbriga, eccome. Manco fossero al Quisisana di Capri, due sorveglianti portano le valigie della Loren nel portabagagli della Mercedes grigia che – guidata dal fido Gabriele, al suo servizio da vent’anni – è venuta a prenderla.
| | (La pluripremiata Sofia con l'amico Walter - Foto U.Pizzi) |
Sofia, quanto a look, non scherza. Il vestito verde quasi anonimo con cui era arrivata a Fiumicino, e di lì a Caserta, ha lasciato il posto a un tailleur-pantalone crema, foulard scarlatto con motivi gialli e borsa rossa con scarpe in tinta. Solo i grandi occhiali che le coprono il volto sono gli stessi dell’andata, perché anche la commozione è di uguale intensità. Stavolta è di segno diverso, però. Stavolta Sofia è commossa di gioia. Appena uscita, tira un evidente sospiro di sollievo. È circondata da una legione di giornalisti che vivono lì fuori da giorni, come in un campo scout. Incredibile a dirsi, nessuno la pressa da vicino: con autodisciplina tutti si sono disposti a semicerchio. I flash scattano anticipando la luce del sole di qualche minuto. Lei che sembrava tesa, si rilassa, sorride e saluta con la mano. Prima di salire in auto insieme all’avvocato Sepe, si ferma un istante, come per stamparsi nella mente quell’immagine così irreale. Un poster di Babilonia. Indimenticabile. Tant’è vero che non vorrà condividerne il ricordo con nessuno, né allora né mai.
Qualche cronista, approfittando di quella che sembra un’incertezza e che invece è un addio recitato senza voce, prova ad avvicinarsi: «Sofia, come si sente dopo questi giorni di detenzione?» e la Loren risponde con un altro sorriso. Di quelli suoi. Disarmanti, aperti. Sorrisi che valgono doppio. E nessuno fa un passo di più. Entra nella Mercedes di Gabriele che parte veloce scortata da quattro volanti della Questura, due davanti e due dietro. Soltanto allora qualcuno si scuote da quella specie di incantesimo e parte all’inseguimento. Al casello dell’autostrada Caserta-Napoli, un impiegato delle Autostrade si avvicina al finestrino di Donna Sofia. Invece di darle il resto, le porge una rosa rossa. Il sole splende alto, i contadini nei campi che costeggiano l’autostrada si voltano al passaggio della vettura. Dentro, Sofia si è assopita, finalmente. Un vago sorriso sulle labbra. FINE. …..
Estate 2012, Francia: bancomat fuori servizio, banche inagibili, conti correnti congelati, prelevamenti sospesi, assalti ai supermercati, tumulti, incendi, forze dell’ordine mobilitate. All’estero: turisti francesi con carte di credito respinte e nell’impossibilità di pagare alberghi, ristoranti e negozi, famiglie bloccate senza prospettiva immediata di ritorno. Che succede? Come si spiega il collasso del sistema finanziario francese? Le obbligazioni dello Stato - cioè il debito pubblico - sono state classificate “ junk bonds”, ossia spazzatura, da una società americana di valutazione finanziaria. Gli autori, grandi conoscitori dei meccanismi che governano il mondo politico e finanziario, raccontano la drammatica vicenda di un paese finito in bancarotta pur essendo la settima potenza industriale del mondo, a seguito di una serie di decisioni politico-economiche errate. Incontriamo nel susseguirsi della vicenda, fra gli altri, gli stessi protagonisti della scena politica transalpina, Nicolas Sarkozy, Ségolène Royal e François Bayrou attualmente candidati principali della corsa all’Eliseo. E con loro altri notissimi personaggi del mondo politico, della finanza internazionale, del giornalismo e dello spettacolo. Una vicenda solo in apparenza di fantapolitica, una significativa lezione per tutti quei paesi, come l’Italia, con un indebitamento pubblico sempre meno controllabile e un’incapacità manifesta a confrontarsi con problematiche imposte da un mondo sempre più globalizzato e interdipendente. Leggi la recensione: Quel fantasma del '92 di Francesco Giavazzi, CorrierEconomia Autori: Philippe Jaffré, Philippe Riès Titolo: Il giorno in cui la Francia è fallita Prefazione di Francesco Giavazzi Pagine: 313 Prezzo: euro 18,60 Fuori collana Gli autori Philippe Jaffré, ispettore delle finanze, noto tecnocrate, è stato presidente di una grande azienda petrolifera francese dal 1993 fino alle sue dimissioni nel 1999. Ha scritto in precedenza, per Grasset, un libro sulle stock-options Pour et contre les stock-options con Laurent Mauduit (2002). Philippe Riès, giornalista economico, specialista di finanza internazionale. Ha scritto Cette crise qui vient d’Asie (1998) e Citoyen du monde con Carlos Ghosn (2003). NOTIZIE Un libro che ha provocato accese polemiche in Francia per le tesi sostenute, i fatti descritti e le previsioni catastrofiche sul futuro dello Stato transalpino. Un sito dedicato al dibattito in corso www.lejourou.info Un libro consigliato a Giulio Tremonti e a Tommaso Padoa-Schioppa, a tutti gli economisti italiani che guardano alla crescita del debito pubblico con indifferenza o la considerano una variabile indipendente.
Gianni Mura e marcellopera per La Repubblica
Un libro appena uscito, di Philippe Brunel, riapre il caso Pantani. L'affaire Pantani, visto che il libro (Vie et mort de Marco Pantani) è uscito in Francia. Brunel, 51 anni, è un giornalista dell'Equipe, di quelli cresciuti nel solco di Pierre Chany. Ha seguito molti Giri, molti Tour, parla un discreto italiano. Siamo amici. Non è un dettaglio fondamentale, lo ammetto, ma serve a chiarire che non potrei essere amico di uno sparapalle (e neanche Philippe, del resto). Sapevo dell'idea di questo libro, Philippe ci ha lavorato sodo negli ultimi tre anni, come se avesse un debito da chiudere con quel ciclista morto. Morto di che? Di overdose, questa è la risposta della Legge e noi ci abbiamo creduto subito. Tutti, o quasi. Forse era la risposta che faceva più comodo, l'ultimo atto di un campione osannato e poi piombato nella polvere. Dopato e drogato. La droga dello sport, per andare più forte, e quella da sballo, per sballare.
| | (L'indimenticato Pirata) |
Brunel accompagna l'ombra di Pantani dal 5 giugno 1999 al 14 febbraio 2004. A differenza di altri libri usciti in Italia, questo non si occupa delle grandezze delle miserie di una vita finita molto presto: il Galibier, l'Alpe d'Huez, tutto questo è risaputo. E' la zona d'ombra, quel vortice sempre più cupo e vasto che attrae Pantani, ad attrarre Brunel, dopo la definitiva discesa agli inferi di Pantani. La chiave per capire tutta la storia è da cercare negli ultimi mesi o sta tutta in quella mattina del 5 giugno a Madonna di Campiglio? Perché l'inchiesta ha scartato quasi subito le alternative, il suicidio e l'omicidio, o anche semplicemente la possibile presenza di altre persone accanto al campione nella notte della tragedia?
Confesso che la mia prima reazione, finito il libro, è stata questa: a porre domande anche scomode, ad aprire qualche falla nella versione ufficiale, doveva proprio pensarci un francese? O un belga, uno spagnolo, avrei avuto la stessa reazione. Perché non uno di noi, un giornalista italiano, di quelli che hanno seguito Pantani nel bene (apparente) e un po' meno nel male (reale)? E mi sono risposto che a noi andava bene così, un po' a tutti andava bene così. Un incidente, via.
Per ricostruire i fatti, Brunel è stato a lungo nella Romagna d'inverno, e ne racconta i toni lividi, lo squallore, l'assenza di turisti ma la presenza di spacciatori, di hostess che fanno le puttane o viceversa, e questo era un passaggio obbligato. Ma ha anche visto foto e filmati dell'autopsia, ha scoperto particolari macabri, come quello del perito che, per timore che il cuore di Pantani fosse trafugato dall'ospedale, se lo porta a casa, in un contenitore apposito, e lo nasconde in cucina, senza dire nulla alla moglie.
A un certo punto mi son messo a pensare che l'inchiesta sulla morte di Pantani assomigliava un po' a quella fatta per Luigi Tenco, 40 anni fa a Sanremo. Un morto scomodo, da qualunque parte lo si prendesse. Un'indagine da chiudere alla svelta. E che restasse chiusa. Ma, scrive Brunel, tutti i testimoni che hanno visto la stanza del residence Le Rose hanno descritto in modo diverso i mobili spostati. Ma, aggiunge, sono state trovate due scatole con resti di cucina cinese, che non risultano ordinati da Pantani (che non amava quel cibo) né dalla reception. Ma, insiste, dalle foto scattate al cadavere risultano ferite al naso, al collo e alla testa non giustificate dall'autopsia. Ed è abbastanza improbabile che un uomo solo, non al comando ma inchiodato alla solitudine, timoroso di essere riconosciuto, abbia letteralmente ribaltato un appartamento, bagno incluso, senza neanche rompersi un'unghia, senza che nessuno udisse i forti rumori che senza dubbio provocava.
| | (Sempre nei cuori dei tifosi) |
In questi giorni è ancora in corso il processo agli spacciatori, cioè agli ultimi che avrebbero visto vivo Pantani, e sui giornali (sportivi e no) non si trova una riga. Nessun avvocato Taormina, nel caso Pantani. E noi pensiamo a Garlasco o addirittura all'Olgiata, ad altre morti misteriose. Quella del campione più popolare degli ultimi 30 anni non sembra avere più motivi d'interesse. Tutto chiaro, nessun mistero. C'è stato anche un film in tv e, tra i tifosi, ognuno s'è tenuto la sua idea. Uno che ha barato. No, un grande. Un cattivo esempio per i bambini. No, un perseguitato. Ci sono monumenti per Marco Pantani, e striscioni, e ancora ce ne saranno, perché il ciclismo è lo sport più ricco di memoria ed effettivamente il modo di correre di Pantani (più ancora delle sue vittorie) prendeva il cuore, dava emozioni forti . E anche le sue parole, anche quelle definite del suo testamento, liquidate alla svelta come vaneggiamenti di uno ormai fuori di testa, prendevano il cuore.
Era diverso, Pantani. Più profondo della media dei ciclisti, e dava la sensazione di avere dentro un grumo di rabbia per qualche violenza patita, qualcosa che non avrebbe mai detto a nessuno. Il mio cuore, mi disse una sera con una metafora da ciclista, dalla fiamma rossa (l'ultimo km) ai 200 metri si può avvicinare, poi basta, non un metro di più. Ho pensato, leggendo Brunel, a quel suo cuore chiuso in una scatola, nascosto in una cucina, e a quanti sogni poteva ancora contenere, l'ultimo giorno, San Valentino, o quante illusioni, quanti rimpianti.
Il libro di Brunel è una controinchiesta da cronista vero, con tanto di date e orari. Così lo si può leggere, come il racconto di un'agonia molto lunga e poco chiara. Ho chiuso il libro con un brutto pensiero: se Marco Pantani era molto solo da vivo, molto più solo è stato lasciato da morto.
E’ in libreria “Il letto e il potere – Storia sessuale d’Italia da Mussolini a Vallettopoli bis”, di Filippo Ceccarelli (Longanesi). Edizione aggiornata, con molti capitoli nuovi, del cult del 1994. Anticipiano un capitolo.
Il VIAGRA TELEVISIVO (SVILUPPI STORICI E SENTIMENTALI DELL’ALCOVA RAI)
Se ogni civilta` ha la sua archeologia e i propri miti fondativi, la Seconda Repubblica televisiva e gossipivara coltiva le sue radici nel leggendario dossierone che il Servizio segreto civile, il SISDE, assemblo` sul finire degli anni ’80 con l’intestazione, invero piuttosto vaga di: « Rapporto informativo sulla criminalita` nel settore dell’intrattenimento ». Classico scavo in profondita`, le cui scoperte pero` non sono mai venute alla luce. Circostanza che ne ha accresciuto il misterioso alone, proiettandolo in un’epoca ormai cosı` vertiginosamente lontana da far quasi tenerezza.
L’Italia dei partiti e non ancora delle tribu`, l’Italia dei grigi telefoni predigitali, delle audiocassette e di uno spionaggio tutto sommato ancora abbastanza casereccio. Comunque un malloppo rilegato di circa 200 pagine, piu` una decina di mappe che delineavano la geografia delle relazioni e un capitolo piu` voluminoso e anche preveggente intitolato « RAI-fiction ». Oltre alle solite (e trascurate) indicazioni sugli appalti, sulle combines ai festival, sui favori resi agli sponsor, sulle protezioni a questo o a quell’artista, tutto lascia credere che il rapportane illustrasse per la prima volta con molteplici esempi lo scambio paradigmatico che da sempre regola il meno confessabile fra i codici dell’azienda RAI: da una parte potenti maschi vogliosi, dall’altra donne disponibili a soddisfare quelle voglie, ma non gratis.
Il successo televisivo, si sa, e` un efficacissimo afrodisiaco. E ieri come oggi l’implicito prezzo convenuto – dalla comparsata all’ospitata, dalla particina nel telefilm alla conduzione del programma in prima serata – va calibrato a seconda del rango del patrono, della concorrenza di altri maschi, dell’ambizione di altre femmine, del momento politico e anche del caso e della fortuna, sempre che di fortuna si tratti.
Certo i potenti pre-Tangentopoli non immaginavano che gia` a quei tempi c’era chi prendeva nota. Gli «impiccetti» paratelevisivi, d’altra parte, erano ritenuti secondari, peccati veniali, almeno rispetto alle grandi ruberie di quella stagione. Per cui, liberi dalle cure del pentapartito, «festeggiavano a champagne l’attricetta di turno e nell’euforia », secondo le testimonianze, «si facevano pure fotografare in pose poco onorevoli». Tanto per cambiare.
Non che ci fosse proprio bisogno delle escavazioni del SISDE per arrivare alla certezza che l’azienda di viale Mazzini RAI era divenuta (anche) un’alcova di Stato, con tanto di stratificazioni geologiche del potere. Ma nel 1992 uscı` un film: non bello, decisamente, anzi trash fin dal biglietto da visita con cui si presentava agli spettatori, Mutande pazze. L’opera prima – e unica – dell’allora «lookologo» di Arbore e futuro fondatore del gossip on line Roberto D’Agostino.
| | (Mutande pazze di Roberto D'Agostino) |
Vi si narrava in buona sostanza la storia di tre donne che si vendevano per raggiungere la celebrita` nel piccolo schermo. E le mutande del titolo erano tutt’altro che scriteriate. C’era la figura della quarantenne intelligente e bella (interpretata da Monica Guerritore) che per ottenere una trasmissione tutta sua si concedeva a un parlamentare e poi, intuita la vocazione masochistica del direttore generale, anche a quest’ultimo. Che pero` veniva di colpo sostituito, e lei doveva ricominciare la trafila. C’era poi la valletta che come un’infinita` di vere e future veline si chiamava Alessia. Dal nulla, ma con la risoluta complicita` della madre, Alessia bruciava le tappe della popolarita` passando dal letto di un oscuro funzionario RAI a quello di un ministro. E c’erano infine le erotiche peripezie di una prorompente fotomodella di provincia che si vedeva soffiare l’agognatissima parte in un film del famoso regista Crass da un’amica, morigerata studentessa con velleita` intellettuali. Ma con splendido sedere.
Il tutto si concludeva a sberle nel corso di una serata televisiva di gala, dove il pubblico poteva pure ammirare la controfigura di Sgarbi malmenato, e l’autentico Aldo Busi che attraversava lo schermo completamente nudo. Il plot di Mutande pazze era quello che era; e a parte la Guerritore, che e` una vera attrice, non si puo` dire che il cast si rivelasse all’altezza. Eppure, assai piu` che per lo spessore filmico, a tre lustri di distanza la pellicola resta impressa nella memoria per l’antiveggente e straordinaria aderenza alla realta` della cronaca; o anche, se si preferisce, della vita. Con il che, sia pure di sfuggita, converra` notare che fra le principali interpreti del film di D’Agostino una finira` effettivamente per fidanzarsi con un presidente della RAI; e un’altra, sempre molto bella ma meno fortunata, si ritrovera` coinvolta de relato nella giostra delle piu` maldicenti intercettazioni a sfondo televisivo.
Ora, sulla rovente e rovinosa mistura che segna i rapporti tra il potere politico e il servizio pubblico esiste un’ampia bibliografia. Fino alla noia e` stranoto che al tempo dei partiti chi vinceva i congressi, e adesso le elezioni, comunque vuole occupare e al piu` presto prendere possesso della RAI come se fosse la terra del latte e del miele. E in questo senso dedica tesori di energia e di furbizia per piazzare dietro le cancellate di viale Mazzini i propri uomini; e strenuamente comincia a rompere l’anima ai dirigenti, ai direttori di rete e di testata per imporre questa o quella scelta strategica, questo o quel programma, questi o quegli altri artisti, o conduttori, o giornalisti, e giu` fino alle ragazzette che leggono l’oroscopo o le previsioni del tempo oppure appaiono mute e discinte in qualche video-show. Superiori motivazioni hanno generato un cosı` ricco control lo della RAI da parte del potere: ricerca del consenso, tutela dei propri interessi e cosı` via.
Ma forse c’e` qualcosa di piu`, e di non detto. Qualcosa che attiene al naturale arbitrio del comando e che lı` dentro, piu` che altrove, consente di dare libero sfogo, pure biologico, ai propri desideri. Sı`, proprio quelli. Un pieno riconoscimento, un equo risarcimento dopo tante fatiche. Una specie di seconda giovinezza che spinge i valorosi e stanchi conquistatori della RAI a scoprirsi finalmente per quello che sono: potenti. In tutti i sensi. Questo e` molto umano, riguarda adulti maggiorenni e vaccinati, e come per le diverse storie che animano una monografia per forza di cose un po’ maniacale, merita un sovrappiu` di comprensione. Di fronte alle leggi della natura, oltretutto, i conquistadores si comportano tutti piu` o meno allo stesso modo.
| | (Aldo Busi in mutande - Foto da Libero) |
Eppure impressiona una certa regolarita`. Galeotta sembra rivelarsi la presidenza dell’ente pubblico televisivo, e anche la direzione generale, e un po’ pure quella di RAI-fiction e cosı` via, scendendo per li rami: «Gli amori RAI», ha scritto una osservatrice sempre molto attenta come Antonella Amendola, «sono una sindrome imperscrutabile, ma ineluttabile, tipo l’aviaria. Colpiscono trasversalmente, in maniera democratica, a destra e a sinistra».
Il punto e` che forse proprio questa generalita` d’intenti comporta dei rischi supplementari: «Perche´ si trova questo nell’ordine delle cose», scolpisce maestosamente Niccolo` Machiavelli, «che mai non si cerca fuggire uno inconveniente che non si incorra in uno altro». Brutalmente adattato all’alcova radiotelevisiva: se alla RAI si becca, si busca e si rimorchia come in nessun altro luogo di potere, va detto nella maniera piu` chiara e netta che la medesima RAI e` anche – pare dopo la Curia, ma certo prima del Transatlantico di Montecitorio – il piu` micidiale e rigoglioso vivaio di pettegolezzi, maldicenze, lettere anonime e veleni che sia dato immaginare in Italia e forse anche in Europa.
Nella pratica quotidiana questo significa che l’eros dirigenziale e` pedinato, e braccato, e spintonato, e pure incessantemente distorto e ardentemente fantasticato, se necessita: e sempre necessita all’ombra del cavallo morente o pimpante, la scultura in bronzo che Messina realizzo` quando l’azienda si trasferı` a viale Mazzini.
Molta acqua e` passata sotto i ponti del Tevere dai tempi di Ettore Bernabei, cosı` austeri da aver generato imperiture leggende di castigatezza dei costumi. La piu` famosa delle quali tramanda la storia di un dirigente e di una segretaria sorpresi nottetempo da un vigilante ad amoreggiare in ufficio. Con il risultato che il giorno dopo Bernabei si trovo` sulla scrivania tre lettere. La prima conteneva il rapporto della guardia giurata che raccontava il risultato della ispezione, mentre nelle altre due c’era la richiesta immediata di una licenza matrimoniale da parte del dirigente e della segretaria.
Ecco, sul finire del secolo scorso quel morigeratissimo clima si era davvero molto piu` che edulcorato. I nuovi potenti sembravano considerare l’azienda di viale Mazzini come un’opportunita` necessariamente allegra, un ponte verso il mondo sfavillante dello spettacolo, una grande occasione per conoscere di persona la gente piu` strana e lontana dai loro interessi professionali o di potere. Una rampa di lancio per viaggi, feste, festival, cocktail, premiazioni, presenzialismi di qualsiasi taglia. O almeno, questo un po’ appariva all’esterno durante la presidenza del professore di Diritto costituzionale Roberto Zaccaria.
| | (Roberto Zaccaria con Monica Guerritore - Foto U.Pizzi) |
In realta` stava per partire la linguacciuta macchina. E infatti prima si diffondono le voci, poi fioccano articoletti d’assaggio, quindi arrivano le prime paparazzate. Morale, il presidente viene ripreso a cena con la Guerritore. A quel punto il dispositivo prevede: altri articoli piu` circostanziati; accorata, inutile e crudele intervista alla moglie di lui;8 occhiuti senatori di Alleanza nazionale che presentano interrogazioni parlamentari in nome di presunti favoritismi. Temerario, il ministro Gasparri minaccia addirittura un libro bianco sulle « fidanzate » della RAI. Ha detto una volta lo stesso Zaccaria parlando in generale: «Le polemiche sulla TV sono come la carta che brucia nel camino. Prima una grande fiammata e poi si spegne tutto».
L’immagine e` giusta, oltre che veridica, ma i tizzoni restano accesi sotto la cenere o, com’e` piu` probabile, c’e` sempre qualcuno pronto ad attizzarli. E cosı`, quando nel 2001 il centrodestra vince le elezioni e dopo un po’ Zaccaria e` costretto ad abbandonare la postazione, non passa nemmeno un anno che il suo successore, l’emerito presidente della Corte costituzionale Antonio Baldassarre, si ritrova nella stessa condizione di piacevole disagio e confortevole imbarazzo.
Con la regolarita` di un orologio si e` rimessa infatti in moto la ridda intorno alla presunta sfera affettiva del nuovo presidente del centrodestra, che per giunta gode del placet della Conferenza episcopale. E dunque: prima notiziole ammiccanti sui rotocalchi o sul web, proteste, querele. Poi foto rapinate al ristorante o in automobile; quindi richieste di convocazione, stavolta da parte di deputati del centrosinistra, della Commissione parlamentare di Vigilanza. Senza contare le solite valutazioni a mezzo stampa o Internet sulla differenza di eta` che intercorre fra l’illustre giurista, 62 anni, e la bella subrettina ventitreenne che lavora a una trasmissione chiamata – pensa tu – I fatti vostri.
| | (Antonio Baldassarre - Foto U.Pizzi) |
La sarabanda pettegola va avanti per mesi e mesi, davvero poco piacevoli per i protagonisti. Dagli e dagli, per cercare di liberarsi da un chiacchiericcio che non da` piu` tregua, la «noncoppia» accetta infine di deporre al tribunale del gossip. Spiega allora la valletta che il presidente della RAI e` il suo «angelo custode». Aggiunge il presidente che la valletta e` «la figlia che non ho mai avuto».
Tutto in realta` procede secondo la norma: solo in modo un po’ piu` ridicolo del consueto. In fondo va meglio, due anni dopo, al direttore generale Flavio Cattaneo che, risultando sposato, seppur debitamente concupito, aspetta di dimettersi prima di rendere in qualche modo pubblica, insieme alla separazione coniugale, la travolgente storia d’amore con una delle attrici piu` desiderate del Paese, Sabrina Ferilli.
In quest’ultimo caso, semmai, una qualche forma d’imbarazzo poteva sorgere dal fatto che l’ex direttore generale e` arrivato a suo tempo alla RAI per conto del centrodestra, mentre la Ferillona e` una accesa simpatizzante post-comunista. E tuttavia, come s’intuisce, le frecciate di Cupido sorvolano i muraglioni del periclitante bipolarismo radiotelevisivo.
Ma gia` il pentolone di viale Mazzini ribolle di nuovo, pronto a servire altri stuzzicanti e indigesti piattini. Si tratta stavolta di intercettazioni telefoniche, la prima succosa tranche che emerge nel quadro dell’inchiesta del pubblico ministero anglo-napoletano John Henry Woodcock, da Potenza. Un procedimento giudiziario che fin dai primi giorni passa alla cronaca con il nome, in realta` gia` abusato una decina d’anni prima, di Vallettopoli. Come nella vicenda di Merola e Sabani, il rilievo della faccenda si rivelera` tanto meno grave sul piano penale, quanto piu` sfolgorante, nella sua vivida e spontanea esposizione, prende forma un ritratto d’ambiente. Non propriamente interno all’ente televisivo, ma parallelo, o intrecciato, o sovrapposto al potere politico.
Salvatore Sottile lavora da anni come portavoce del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Gianfranco Fini. E ` un siciliano insieme affabile e guardingo, di buona esperienza con giornali e giornalisti. Come molte persone del suo partito, che hanno vissuto una lunga stagione nel disprezzo e nella discriminazione, conserva una sorta di istintiva diffidenza combinata a una gran voglia di vivere e di approfittare degli agi della sua nuova condizione.
| | (Flavio Cattaneo e Sabrina Ferilli - Foto U.Pizzi) |
Si sente di colpo importante, e lo e` pure. Vecchi e improvvisati camerati lo chiamano di continuo per chiedergli favori, raccomandazioni, incontri con il capo. Ma questo stato di incredulo appagamento gli ha pure acceso un desiderio che e` un nodo scorsoio. E che finira` col perderlo. Non e` facile delineare le caratteristiche di questa sua disposizione d’animo che e` anche corporea. Se sia un residuo inestinguibile di fascismo: il sesso come un trofeo, vitalismo ardito, riposo del guerriero, cultura del bordello. O se sia letterario, siculo, brancatiano.
O forse Sottile va incontro alla sua personale disavventura politica proprio perche´ gli si sono indeboliti e mischiati gli ideali della gioventu` con quelli del successo, del consumo, dell’omologazione televisiva. Non c’e` miglior capro espiatorio di chi, gia` cordialmente invidiato dagli stessi suoi compagni d’avventura, chiude occhi e orecchie ai lampi e alle sirene d’avvertimento. Da tempo la secolarizzazione nera si e` spinta abbastanza in avanti, sulla frontiera sdrucciolevole della mondanita` e della dolce vita. Torte, feste, gente allegra. E nessun’altra azienda piu` della RAI incoraggia gli slittamenti, dischiude le crepe, accumula lo sporco.
Nel 2005 addirittura sul Secolo d’Italia, il quotidiano di AN, ha trovato ospitalita` una scivolosa polemica sull’abbondanza di «squinzie» che approdano alla direzione dei programmi per l’estero, sotto il controllo del partito di Fini. L’anno seguente, in un’assemblea convocata proprio a due passi da viale Mazzini, l’attore Luca Barbareschi, che ha fatto parte degli organi dirigenti, protesta vibratamente contro l’inefficacia della linea per cosı` dire televisiva del partito: «Siamo stati capaci solo di portare in video delle zoccole».
La parola e` pesante, ma esattamente su questo si tende la rete del Grande Ascolto. La solita storia: sesso in cambio di protezione per cosı` dire televisiva. Ragazze da immettere in questo o in quello spettacolo. Nel giugno 2006 il portavoce del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri finisce agli arresti domiciliari. Troppo facilmente, perche´ poi le maggiori imputazioni cadono. E tuttavia la condanna sta gia` tutta nella rivelazione delle sue chiacchiere. Ne viene fuori un quadretto insieme comico e terrificante. Un maschilismo indefesso e protervo. Una foia cosı` smisurata da risultare perfino sospetta. Fin dal mattino Sottile si agita e telefona per organizzarsi in un certo modo la serata. Lo dice chiaro chiaro: «Chi ci trombiamo oggi?» Oppure: «Troviamo un po’ di troie, vedi un po’!» O anche: «Ci facciamo fare un bel pompino, va!»
Intendiamoci. Sottile svolge anche un sacco di altre mansioni. Ma il nuovo rango di portavoce gli ha creato attorno tutto un network di interlocutori che forse ritiene perfino amici e che comunque hanno l’aria dei compagni di baldoria. Funzionari RAI, pure loro debitamente smaniosi di spintarella, che gli reggono il gioco e lo fanno sentire simpatico, autorevole. Oppure artisti anche bravi, ma messi da parte, che piagnucolano per tornare in TV: «Me lo fai fa’, Salvato`, ’sto contratto?» Vicini o lontani dal video, sia gli artisti che i funzionari sembrano disporre dei contatti giusti. Donne adatte, magari pure a soddisfare le voglie di Salvato`. In altre parole: ruffiani. Piu` dottamente: mezzani, paraninfi, prosseneti, lenoni – la` dove la risonante varieta` dei termini a disposizione del vocabolario indica che si tratta di un’antica figura che l’arcaismo del potere post-moderno ha riportato graziosamente in auge.
< | | (ELisabetta Gregoraci - Foto Lapresse) |
Colpisce il linguaggio di uno di questi mediatori, probabilmente a sua volta geloso di altri che svolgono lo stesso genere di servizi in ambito televisivo. Parlando di una ragazza – «molto carina, un metro e 70, bionda» – il tipo dice che un certo conduttore, invero prodigo di piacenti ospiti nelle ore notturne, «la voleva dare in pasto» a un alto dirigente RAI. Ignaro delle risonanze cannibaliche, Sottile afferra al volo l’implicita valorizzazione del soggetto. Ma piu` in generale si da` da fare, valuta, soppesa, fa lo spiritoso, l’intenditore. «Roba fresca», dice. Di una certifica che e` una «porcella DOC». Di un’altra, pure convocata in gran fretta alla Farnesina, s’improvvisa brusco, ma in fondo benevolo press-agent. Di un’altra ancora che vogliono spedirgli stabilisce che e` «piccola, ma carina: compatta, come la Smart».
Donne, roba, animali, automobili. La sa lunga, lui, povero Sottile! Una delle sue favorite si chiama Elisabetta Gregoraci. E ` una graziosa mora di Soverato che con un colpo di scena degno del preveggente film di D’Agostino, proprio grazie alle intercettazioni e ai conseguenti e assai poco gradevoli interrogatori, riesce finalmente a raggiungere questo benedetto successo. Dopo che la RAI l’ha messa al bando con una specie di editto fuori tempo massimo, la difende cavallerescamente pure l’ex presidente Berlusconi. E la Gregoraci ottiene spazio sulle reti Mediaset. Gira anche degli spot e si accompagna «nientemeno» che a Flavio Briatore.
Fino ad allora semisconosciuta, quattro anni prima ha partecipato come aspirante-velina alle impietose selezioni televisive andate in onda in un programma di Teo Mammuccari. Alla giornalista Candida Morvillo e` rimasta impressa, fra le tante, per il particolare abbigliamento con cui si e` presentata: dei micropantaloncini con il disegno di due mani stampate sul retro. Quando si dicono i segni, per non dire le piu` sbilenche e azzeccate profezie.
Gabriella Mecucci e marcellopera per "Il Foglio"
Il più geniale scrittore italiano, Carlo Emilio Gadda, era un tipo parecchio stravagante e naïf, ed era l’oggetto di scherzi esilaranti che spesso non capiva. Fervente monarchico, rimase sconvolto nei primi anni Sessanta dalla notizia che la principessa Titti di Savoia avesse una relazione con Maurizio Arena, un “povero ma bello” tutto muscoli e poca testa. Goffredo Parise e Leone Piccioni, alto dirigente Rai e figlio di uno dei massimi protagonisti della Dc centrista, si misero d’accordo per scandalizzarlo. Il giorno dopo toccò al primo andare a cena con Gadda e lui – come previsto – cominciò a lamentarsi del comportamento della Titti: possibile che una Savoia si mettesse con Maurizio Arena? Parise lo stette ad ascoltare compunto, poi, afferrando la bottiglia dell’acqua minerale, disse: “Sai, dicono che ce l’abbia grosso così”. La medesima scena si ripeté la sera successiva: questa volta il commensale era Leone Piccioni. Stesso preoccupato piagnisteo del maestro sulla Titti e solita risposta mostrando la bottiglia: “Sai, dicono che ce l’abbia grosso così”. Gadda s’alzò di scatto, rosso paonazzo e a voce alta gridò disperato: “Ma allora è vero”.
| | (Carlo Emilio Gadda) |
E’ questo uno dei tanti aneddoti di un libro in cui si narrano l’arte, le passioni, le ingenuità, le nevrosi dei pezzi forti della nostra letteratura: da Gadda a Saba, da Ungaretti a Cardarelli, da Papini a Bilenchi sino a Brancati e a Moravia. Un “visti da vicino” fra goliardate e grande poesia, fra amori e politica, fra cene, aperitivi, caffè cult e sfide a duello. Insomma, fra vita e letteratura, nel difficile dopoguerra italiano sino ad arrivare agli anni Sessanta. L’autore di questo godibilissimo racconto dal titolo “Memoria e fedeltà” è Leone Piccioni che di tutti gli scrittori di cui parla fu amico e sodale. Se la passione monarchica di Gadda era motivo di scherzi, le sue molteplici stravaganze finivano sulla bocca di tutti e spesso lasciavano interdetti. Tanto ché Rosai, il pittore, una sera, dopo averci parlato a lungo, sbottò: “Non ho ancora capito se è un bischero o un bischero di genio”. Ma verso il sublime ingegnere, che solo dopo il “Pasticciaccio” ebbe popolarità e un po’ di soldi, c’era anche rispetto, solidarietà e affetto. Gli amici si davano il turno per soccorrerlo quando si lamentava perché non aveva una lira o perché stava male o perchè era diventato vecchio. Arbasino e Guglielmi accompagnavano il maestro a visitare il nuovo grande albergo romano: l’Hilton di Monte Mario. Contini interloquiva dottamente nelle discussioni sul come scrivere. Anche se Gadda lo liquidava spesso con un infastidito: “Ma perché la fai così difficile?”. Leone Piccioni lo invitava al cenone di Capodanno incassando degli addolorati no: “Non sono presentabile. Porterei in un salotto l’immagine di una demenza senile. I recenti disastri combinati dal somaro Saragat e dalla idea fissa di punire i risparmiatori mi hanno colpito gravemente, nella mia piccola e debole pecunia… Mi hanno colpito nel morale e nel fisico, contribuendo con una nuova angoscia all’angoscia e all’umiliazione di vedermi così menomato dalla malattia”. E Goffredo Parise sopportava con pazienza una delle sue più famose bischerate. Lo trasportava in macchina un po’ ovunque anche se, appena provava ad aumentare anche di poco la velocità, vedeva il maestro che, con aria indifferente, piano piano per non farsi accorgere, tirava il freno a mano. Non voleva che venissero superati i 40-50 chilometri all’ora “che soli si addicono al prezioso carico da voi gentilmente imbarcato”. Era gentile e cerimonioso: una sera a Piazza del Popolo, a forza di salutare e risalutare gli amici, si fece strappare sotto il naso un taxi faticosamente agguantato. Aveva cento paure: a un certo punto strutturò una vera e propria mania di persecuzione. E la salute era un suo chiodo fisso, ma nonostante tutto ciò Gadda sapeva anche essere allegro quando si trovava davanti ad uno “squallente fiasco di vino”. Ed era una buona forchetta anche se l’abbondare in cibarie gli faceva male. La convivialità era un tratto costante della società letteraria di quegli anni. A Roma ci s’incontrava nella fumosa quarta saletta del caffè Aragno (proprio lì Ungaretti e Bontempelli si sfidarono a duello) e a Firenze alle Giubbe Rosse. Qui c’era il vecchio Papini, il più giovane Bilenchi, lo storico della letteratura più fine e intelligente, Giuseppe De Robertis. Quest’ultimo nell’immediato dopoguerra non godeva di buona fama, era considerato infatti un fascista. E qualche ragione c’era: fu lui a prendere la cattedra di Attilio Momigliano quando questi venne cacciato dall’Università perché ebreo. Ma De Robertis, detestato politicamente, era adorato come maestro per la sua indiscutibile bravura e per la sua calda umanità. Non gli mancava però una notevole vis polemica: “Per un punto e virgola – diceva – mi faccio ammazzare”. I suoi cattivi rapporti con l’altro grande critico letterario toscano, Luigi Russo, erano leggendari. Rispetto a lui Russo era fisicamente un gigante: “Fatemici discutere – chiedeva – legatelo, e lo farò impazzire”. Anche Papini, tanto per restare in area fiorentina, era un polemista straordinario ed anche lui fu un bersaglio fisso degli antifascisti: lo accusavano di aver simpatizzato per il regime. Era vero, ma da Mussolini non aveva avuto un bel niente: anzi, fu l’ultimo ad essere nominato accademico d’Italia. Romano Bilenchi invece era comunista. Aveva il chiodo fisso della salute e anche quello delle donne. Era un vero tombeur de femmes, bello, spiritoso, carico di fascino. Le sue passioni più autentiche, oltre alla letteratura, erano però il calcio e la politica. Uscì dal Pci nel 1956, ma poi si iscrisse di nuovo. Conservò però sempre uno spiritaccio critico che gli faceva dire nei primi anni Settanta: “Se Berlinguer avesse il 51 per cento, io mi darei alla macchia”. Prima del partito, per Bilenchi veniva la Fiorentina e più in generale il calcio. Una volta andò allo stadio a vedere la partita Italia-Inghilterra e, in tribuna stampa, a voce alta espresse tutta la sua ammirazione per il gioco irruento e agonistico degli inglesi. Alcuni giornalisti, democristiani e liberali, che sedevano nei pressi, cominciarono a sfotterlo: “E’ strano che proprio tu, con le tue idee politiche, apprezzi così tanto l’Inghilterra”. La replica li lasciò senza fiato: “Io sono un comunista inglese”. Eppure aldilà delle battute, la politica per questi artisti e intellettuali non contava un granché. Sopra ogni cosa c’era la letteratura. La discussione sul come scrivere, sul come raccontare problemi e sentimenti era – diremmo oggi in modo orribile – bipartisan. Nessuno ne veniva escluso in nome dell’ideologia. Bilenchi detestava i premi letterari e non amava quelli che scrivevano troppi libri”. Queste mucche da latte – imprecava – non le sopporto. L’ideale per uno scrittore è scrivere un libro solo, bello e poi svignarsela al più presto”. Preferiva la scrittura elaborata: “Io sono un lirico – diceva di se stesso –. Piuttosto che attaccare un romanzo con “Mario attraversò la strada e suonò al 18”, mi faccio mozzare il capo… Un narratore o è un poeta che scrive in prosa o è meglio che smetta”. E non le mandava a dire a nessuno neanche agli amici: Contini – confessò una volta – è un grandissimo filologo ma come critico ne ho sempre dubitato, se mi mandava il suo scritto su di me, gli avrei fatto togliere qualche coglioneria. Saba passava interi pomeriggi a discutere con amici e allievi su chi fosse più grande fra Dante e Petrarca. La sua conclusione suonava sempre grosso modo così: “Dante ha sbagliato più, e più spesso, di Petrarca; ciò non toglie che questi stia al primo come una candela al sole”. E poi giù a citare a memoria la Divina Commedia, prima di ritirarsi per qualche mese in una clinica romana da lui molto amata, dove cercava di sconfiggere stress e depressione. Gadda si impegnava in querelles più ravvicinate: ce l’aveva a morte, ad esempio, con i giornali di sinistra perché sostenevano che le sue Favole piacevano ai preti, con Alberto Moravia che giocava a fare il martire e con il premio Strega. E Moravia era detestato anche da Cardarelli. Quando nel 1954 si trovarono in tanti alla stazione Tiburtina per accogliere le spoglie di Vitaliano Brancati, che era morto a Torino, regnava una cupa tristezza. De Feo, Flaiano e gli altri piangevano l’amico, parlavano dei suoi meriti e del loro dolore. Cardarelli solitario e silenzioso aprì bocca soltanto una volta per dire: “Non poteva essere morto Moravia?”. Il grande poeta era innamorato della sua Tarquinia e, una volta, ci volle portare Zavattini. Presero il treno da Roma e, siccome era caldo, stavano al finestrino contemplando il paesaggio. Cardarelli si entusiasmava e indicava all’altro i luoghi che più gli piacevano. Zavattini trovava sempre il modo di fare qualche paragone fra quei posti e la sua adorata pianura padana. Cardarelli si innervosiva, ma per un po’ sopportò. Arrivati a Tarquinia fece un giro del paese per entrare dalle porte antiche e di là, all’improvviso, far vedere a Zavattini “il miracolo etrusco” di fronte al mare. Ma prima lo avvertì: “Se mi dice ancora che questa cosa che le mostrerò l’ha già vista da qualche altra parte, sa’ che le dico? Vada a quel paese”. Burbero, scontroso, con un carattere infernale, Cardarelli girava sempre col cappotto tanto che scrisse nel testamento di infilarglielo anche nella bara. Alcuni episodi liberamente tratti dalla sua vita, finirono nei film di Fellini, che ancora giovanissimo cominciava a frequentare Roma: iniziò allora la sua frequentazione con Flaiano che diventerà po |
|