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Il Mago d'Arcore sparisce e ricompare a suo piacimento!
L'eterno ritorno di SilvioBerlusconi, candidato per la quinta volta a Palazzo Chigi a 71 anni suonati, ricorda i film horror sui morti viventi. Ma prendersela col destino cinico e baro, o col solo Mastella, o con gli eterni secondi Fini e Casini che tre mesi fa annunciavano sfracelli e ora son già rientrati all'ovile, sarebbe comico. A novembre il Cavaliere era un uomo politicamente defunto. Bossi flirtava con la sinistra in cambio di uno straccio di "federalismo", An e Udc picconavano la Cdl e parlavano financo di conflitto d'interessi, i Fini Boys schifavano "gli amici del mafioso Vittorio Mangano" e riscoprivano antiche affinità con Paolo Borsellino.
Lo statista di Milanello, detronizzato dai partner, in picchiata nei sondaggi, fallite una dozzina di "spallate" al governo, tentava di intercettare l'"antipolitica" inventandosi un Avatar al femminile, Michela Vittoria Brambilla, fondando partiti dai nomi cangianti sul predellino di una Mercedes e millantando 10 milioni di baionette nei gazebo semideserti delle finte primarie. Un caso umano. A quel punto entrò in scena WalterVeltroni, legittimato da 3 milioni di voti veri.
Anziché incunearsi nelle divisioni del centrodestra dialogando con Fini, Casini e Bossi su un unico tavolo che comprendesse legge elettorale, conflitto d'interessi e tv, scelse il Cavaliere come interlocutore privilegiato e lo riportò sul trono, isolandone gli alleati in fuga. Sordina al conflitto d'interessi e al problema tv, dialogo su una riforma elettorale e addirittura costituzionale che consentisse ai due partiti maggiori di scrollarsi di dosso gli alleati. Chi non ricorda gli amorosi sensi tra i due "grandi riformatori" nonché "padri della Terza Repubblica", le telefonate quotidiane tra Gianni Letta e Goffredo Bettini, gli entusiasmi dei dalemiani vedovi inconsolabili della Bicamerale e le serenate di Cicchitto&Bondi sotto il Campidoglio?
Giuliano Ferrara coniava la figura del "CaW" (mezzo Cav. e mezzo Walter), Veltroni rilasciava mega-interviste al Foglio e il Pd invitava il consigliori berlusconiano a presenziare alla riunione del comitato "Valori". Invano Prodi e i suoi mettevano in guardia dalla pluricollaudata inaffidabilità del Cavaliere, rassicuravano gli alleati su un ritorno al Mattarellum e insistevano sul conflitto d'interessi per tener insieme l'Unione Brancaleone. Il 19 gennaio, tre giorni dopo l'arresto di lady Mastella e di mezza Udeur, il colpo di genio: Veltroni annuncia agli alleati che "il Pd correrà da solo" con qualunque legge elettorale.
Una mossa gabellata come innovativa, che in realtà - come ha scritto Barbara Spinelli - è quanto di più vecchio si possa immaginare: "un partito che si presenta alle urne e poi deciderà con chi e con quale programma governerà". Due giorni dopo Mastella lascia l'Unione e cade il governo.
Mentre i papaveri Pd lo invitano al "governo istituzionale" e al "senso di responsabilità" (sic!), Berlusconi dimostra quel che si era sempre saputo: delle riforme non gliene importa nulla. E viaggia come un treno straniero verso le urne, per capitalizzare il mega-vantaggio dei sondaggi. Correrà con tutti gli alleati, nessuno escluso, anzi inclusi Mastella e Dini, poi abolirà le intercettazioni e la libertà di stampa. Per il Pd si annuncia una campagna elettorale muta. Non potrà nominare il conflitto d'interessi, non avendolo risolto nemmeno stavolta. Né potrà evocare lo spauracchio Berlusconi, avendoci dialogato fino all'altroieri. Se questi sono i professionisti della politica, ridateci i dilettanti.
Martedì, mentre - sulla scena - destra e sinistra si scontravano intorno al governo, dietro la scena, cioè nel luogo etimologico dell'«osceno», i senatori di destra e sinistra salvavano tre colleghi di Forza Italia e uno dei Ds dalle possibili conseguenze delle loro telefonate indirettamente intercettate: Luigi Grillo, Romano Comincioli, PaoloGuzzanti e Nicola Latorre.
La giunta per le autorizzazioni a procedere, approfittando della confusione generale, ha negato ai giudici di Milano e di Roma il permesso di usarle nei processi contro MarioScaramella, superconsulente della commissione Mitrokhin, e i furbetti del quartierino per le scalate bancarie.
È bene ricordare cosa prevede la legge Boato varata nel luglio 2003: premesso che la Costituzione vieta di intercettare membri del Parlamento senza l'ok preventivo del Parlamento medesimo (una barzelletta), càpita che questi parlino con persone indagate e intercettate. In questo caso, è sufficiente che in una conversazione compaia la voce di un parlamentare per renderla automaticamente inutilizzabile e avviarla al macero: i giudici non possono usarla contro il parlamentare, e nemmeno il non parlamentare (attratto dal parlamentare in una sorta di «immunità contagiosa»): a meno che il Parlamento non autorizzi i giudici a usarla.
La legge è talmente demenziale che, nel novembre 2007, la Consulta la dichiara incostituzionale in due parti: non serve il permesso delle Camere per usare la conversazione a carico del non parlamentare e, in caso di diniego del Parlamento, la bobina non va distrutta. Intanto diversi giudici avevano chiesto alle Camere l'ok a usare intercettazioni indirette: nei confronti ora di parlamentari, ora di non parlamentari, ora di entrambi.
L'ha fatto il 20 luglio il gup di Milano Clementina Forleo, cui la Procura aveva chiesto di usare 70 intercettazioni raccolte nell' estate 2005, che coinvolgevano gli indagati Consorte, Fiorani, Ricucci e la signora Fazio a colloquio con i deputati Ds Fassino e D'Alema e il forzista Cicu,nonché con i senatori forzisti Grillo e Comincioli e il Ds Latorre. La giunta e poi l'aula della Camera hanno risposto in ottobre: ok all'utilizzo delle telefonate di chi non rischiava nulla (Fassino e Cicu), restituzione degli atti a Milano per l'«indagabile» D'Alema, che all'epoca dei fatti non era deputato, ma eurodeputato.
Mario Scaramella (si, è ancora vivo)
Il Senato ha temporeggiato. Poi martedì, a sei mesi dalla richiesta del gip, la giunta ha risposto: no per Grillo (indagato), restituzione degli atti al gip per Comincioli (non indagato) e Latorre (indagabile). Idem per Guzzanti & Scaramella: la giunta ha proposto all'aula di rispedire il fascicolo al gip Guglielmo Muntoni, che quasi un anno fa aveva inoltrato la sua richiesta per conto della Procura di Roma che sta processando Scaramella per calunnia.
L'unico giornale che ha dato la notizia è Il Messaggero. Che ha pure riportato le stupefacenti giustificazioni fornite dal senatore diniano Roberto Manzione. Sui casi Guzzanti-Scaramella, Latorre-Consorte-Ricucci e Comincioli-Fiorani, spiega Manzione, «la giunta ha deciso di restituire gli atti perché, per qualità e numero delle intercettazioni, l'autorizzazione a intercettare dev'essere preventiva».
Traduzione: i giudici avrebbero dovuto chiedere il permesso del Parlamento pure per intercettare Scaramella e i furbetti, prevedendo che avrebbero parlato con senatori. Par di sognare: il giudice dovrebbe informarsi sugli amici del suo indagato e, se vi scopre qualche parlamentare, deve rinunciare a intercettarlo; anzi, chiedere il permesso al Parlamento, cioè avvertire l'indagato in anticipo, così che smetta di parlare al telefono, o cambi numero, o ripieghi su più sicuri pizzini.
Ora, che il centrodestra protegga i suoi dalla Giustizia non è una sorpresa. Ma che lo faccia il centrosinistra lascia di stucco, viste le tante promesse di massima trasparenza e lealtà verso la magistratura. La decisione del Senato non è definitiva: deve ancora votare l'aula. Speriamo che l’ultimo atto di questo Parlamento non appaia come l’ennesimo salvacondotto ai membri della casta.
La grande adunata di piazza San Pietro dimostra un fatto ormai incontrovertibile: bisogna salvare papa Ratzinger dagli intrighi del cardinal Ruini, che gli ha fatto trovare sotto il balcone una collezione di supporter davvero imbarazzante. Eugenio Scalfari insinua che Ruini appartenga alla schiera degli atei devoti, cioè a quella bizzarra setta di miscredenti che se ne infischiano del Padreterno, ma in compenso sono molto affezionati alle sottane cardinalizie e pretesche.
Noi non arriviamo a tanto, ma se in questi anni il Cardinal Vicario avesse annunciato la resurrezione di Gesù - che poi è il fondamento della fede cristiana - con lo stesso vigore e la stessa verbosità con cui ha battuto cassa per l’8 per mille, ha predicato la castità ai gay, ha fatto campagna elettorale nel referendum sull’eterologa e s’è scagliato contro le coppie di fatto, probabilmente le chiese, i conventi e i seminari sarebbero un po’ più pieni, o meno vuoti.
Pare quasi che, dei dieci comandamenti, ne siano rimasti in vigore solo un paio: il VI (non fornicare) e il IX (non desiderare la donna d’altri). Altri, a cominciare dal VII (non rubare) e dall’VIII (non dire falsa testimonianza, cioè non mentire), sono stati depenalizzati, o sono caduti in prescrizione. Altrimenti alcuni noti bugiardi e profittatori del denaro pubblico che si spellavano le mani all’Angelus avrebbero avuto qualche problema a mostrarsi in pubblico, col rischio di sentir parlare di corda in casa dell’ impiccato.
E dire che, meno di un anno fa, papa Ratzinger lanciò un anatema capace di incenerire, se solo qualcuno l’avesse ripreso col dovuto rilievo, mezzo Parlamento: «Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro: mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza, sono mani che non sono sporcate con la corruzione e con tangenti. È puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perché non conosce doppiezza» (1 aprile 2007). Roba che, a ripeterla domenica, avrebbe trasformato in statue di sale un bel po’ di politici plaudenti. TotòCuffaro, indaffarato fra veglie di preghiera e distribuzione di cannoli ex voto, e vilmente aggredito da maestri di morale come Miccichè e Dell’Utri, non c’era: a Palermo, di questi tempi, non puoi distrarti un attimo. Ma lo sostituivano degnamente il senatore a vita GiulioAndreotti, che dell’VIII comandamento è un esperto mondiale (mentì al tribunale di Palermo una trentina di volte); e il presidente Udc Piercasinando, accompagnato dalle sue numerose famiglie e reduce da un’indimenticabile vacanza a Cortina (dov’è stato multato sulle piste innevate perché sciava con lo skipass della figlioletta Benedetta per risparmiare qualche euro, a riprova delle ristrettezze in cui versano le famiglie italiane col governo di centrosinistra).
C’era anche ClementeMastella, che com’è noto è molto religioso: infatti nel 2000 presenziò come testimone dello sposo (l’altro era Vasa Vasa) alle nozze di Francesco Campanella, il mafioso di Villabate che si divideva tra la cosca e la carica di segretario nazionale dei giovani dell’Udeur. Non risulta che la cosa abbia mai suscitato le ire della Santa Sede, forse perché quel matrimonio avvenne tra un uomo e una donna davanti all’altare, secondo i dettami di Santa Romana Chiesa, e poco importa se l’uomo era un mafioso.
Mastella dunque, insciarpato in una stola color porpora sfilata a chissà quale cardinale, applaudiva le parole del Santo Padre («una grande lezione di laicità») e intanto lacrimava per l’assenza della sua signora Sandra, momentaneamente trattenuta agli arresti domiciliari. L’ex ministro di Indulto e Giustizia, dall’alto dei suoi sette capi d’imputazione, era giunto sul posto accompagnato da un giornalista del Corriere della sera, e per tutti il percorso aveva intonato salmi e cantici spirituali di Fred Bongusto, ascoltando Radio Kiss Kiss (che per lui è meglio di Radio Maria), recitando orazioni del tipo: «Quello stronzo delle Iene… quel farabutto del procuratore» e ricevendo telefonate di galantuomini del calibro di Corrado Ferlaino.
Tutt’intorno, maestri della fede come Fabrizio Cicchitto, che per motivi di opportunità aveva lasciato a casa il cappuccio nero della P2; il giornalista-dandy Carlo Rossella, già comunista cossuttiano; e Mario Borghezio, in rappresentanza del sincretismo celtico-cristiano, purtroppo sprovvisto della fiaccola con cui è solito incendiare i giacigli degli extracomunitari. Oremus.
Con tutte le baggianate che dice, sempre comunque accreditate di grande intelligenza, vien da chiedersi che ne sarebbe di GiulianoFerrara in un paese serio, cioè diverso dall’Italia. Una risposta giunge dalla Francia, dove il Molto Intelligente è stato appena condannato in appello (e dunque in via definitiva) dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d’ingegno e violazione del diritto d’autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all’ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a Le Monde, ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senz’autorizzazione, sul Foglio (un correttore di bozze del quotidiano parigino l’aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l’avrebbe fregato e messo in pagina).
Ora Ferrara dovrà sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3mila per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9mila per finanziare la pubblicazione della sentenza su Le Monde, Le Figaro e Libération. Naturalmente, se Ferrara avesse vinto la causa, la notizia sarebbe uscita su tutti i giornali. Invece l’ha persa, dunque silenzio di tomba. Ma l’aspetto più interessante del processo non è la sentenza. È l’incredulità dei francesi - giudici, avvocati e giornalisti - di fronte a quel che dice Ferrara. Anzi, di fronte a Ferrara tout court, che al di là del Monginevro è visto come un fenomeno da baraccone. Il suo interrogatorio in tribunale è uno spettacolo da far pagare il biglietto.
Nell’articolo rubato, Tabucchi ricordava i trascorsi di Ferrara come informatore prezzolato della Cia. Il giudice domanda all’interessato se la cosa sia vera. Ferrara risponde che sì, fu lui stesso a rivelarlo sul Foglio. Ma era una balla, che lui chiama «provocazione»: tant’è che ¬ aggiunge ¬ non ci sono le prove. La nuova frontiera del giornalismo da lui inaugurata - spiega - prescinde dalla verità. Figurarsi la faccia dei giudici parigini dinanzi a questo «giornalista» ed ex ministro italiano che si vanta di raccontare frottole sulla propria vita e aggiunge: trovate le prove di quel che scrivo, se ne siete capaci.
Lo condannano su due piedi. Lui ricorre in appello, eccependo fra l’altro sulla competenza territoriale del Tribunale parigino, manco fosse Previti o Berlusconi al Tribunale di Milano. Eccezione respinta con perdite. Quanto al merito, ricordano i giudici di seconda istanza, il Molto Intelligente è colpevole per definizione: «Il 4 novembre 2006 Ferrara veniva interrogato e sosteneva che in Italia è usanza giornalistica pubblicare documenti senza autorizzazione per rispondere a essi senza che la cosa comporti una contraffazione». Dopo aver finito di ridere, i giudici ribattono che pubblicare sul Foglio un articolo destinato a Le Monde «senza il consenso dell’autore né di Le Monde costituisce a pieno titolo contraffazione» e «non è seriamente sostenibile che un delitto di contraffazione sia legittimato da una sorta di diritto di replica preventivo rispetto alla pubblicazione».
Ferrara, se voleva replicare a Tabucchi, doveva attendere che l’articolo uscisse su Le Monde. Il Tribunale aggiunge sarcastico che una diversa «eventuale usanza italiana, ammesso che esista, non si applicherebbe comunque al diritto francese». E conclude sottolineando «la piena consapevolezza che l’imputato (Ferrara, ndr) aveva del suo delitto e del cinismo con cui l’ha commesso», ergo «va dichiarato colpevole dei fatti a lui addebitati». Insomma: certi sofismi, furbate e corbellerie Ferrara li vada a raccontare agli italiani, che hanno smarrito il senso del pudore, della decenza e della vergogna.
In Francia non attaccano. Infatti, riportando la sentenza, il Nouvel Observateur descrive Ferrara come nemmeno un giornale di estrema sinistra oserebbe dipingerlo. Cioè per quello che è: «maschera della tv trash», «specializzato nella denigrazione di chi si oppone a Berlusconi» e nel «servilismo giornalistico» che gli è valso la direzione di Panorama e del Foglio, sempre «indipendente come si può essere quando l’editore è la moglie di Berlusconi».
Nessun accenno alla sua grande intelligenza. In controtendenza con la fuga dei cervelli dall’Italia, quello di Ferrara all’estero non lo nota nessuno. Non pervenuto.
Caro Enzo, non vorrei disturbare il tuo secondo giorno di Paradiso, anche perché ti immagino lì affacciato sulla nuvoletta in compagnia delle tue adorate Lucia e Anna e dei tuoi amici Montanelli e Afeltra. Ma, se vuoi farti qualche sana risata, dai un’occhiata a quel che sta accadendo in Italia intorno alla tua bara, perché ne vale la pena. Berlusconi è fuori concorso: ieri ha ringraziato l’Unità per aver riportato il testo dell’editto bulgaro in cui ti dava del «criminoso» e ordinava ai suoi servi furbi di cacciarti dalla Rai. «L’Unità ¬ ha detto - finalmente mi ha reso giustizia».
Dal che puoi dedurre quale sia il suo concetto di giustizia. Poi ha rivelato che l’editto bulgaro non c’è mai stato. Ma, a parte il Cavaliere che ormai appartiene all’astrattismo, o al futurismo, ci sono tanti colleghi che, appena saputo della tua morte, han ritrovato la favella sul tuo conto, dopo un lungo silenzio durato sei anni, e han cominciato a parlare a tuo nome.
(Marcellino Sorgi - Foto U.Pizzi)
MarcelloSorgi - chi non muore si rivede - ha scritto sulla Stampa che «il maggior dolore di Biagi, nel 2002, all’epoca dell’editto» bulgaro, non fu l’editto bulgaro medesimo, ma «il ritrovarsi nel calderone berlusconiano dei reietti insieme con Santoro, Freccero, comici come Luttazzi e la Guzzanti e così via». Gentaglia, insomma. Non ricorda, il pover’uomo, che tu eri orgoglioso di quella compagnia, come hai ripetuto mille volte nei tuoi ultimi libri e nelle tue dichiarazioni, al punto di farti intervistare per due ore da Sabina per il film «Viva Zapatero» e di intervistare Luttazzi all’inizio della tua ultima avventura televisiva.
Poi ci sono Feltri e Cervi, che approfittano della tua dipartita per dire che in fondo, tra te e il Cavaliere, è finita pari e patta. «Biagi l’ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l’hanno fatta pagare a lui», anzi «Biagi e Berlusconi si somigliano». Cervi, sul Giornale che ti ha insultato per sei anni di fila raccontando che te n’eri andato volontariamente dalla Rai per intascare una congrua liquidazione, riconosce spericolatamente che «Berlusconi ha sbagliato», ma pure «Biagi aveva acceduto»: uno a uno, palla al centro. Anche il nostro amico Michele Brambilla, purtroppo, scambia le cause con gli effetti, non distingue il lupo dall’agnello e domanda a chi osa rammentare chi e come ti ha rovinato gli ultimi sei anni di vita: «Ma perché tutto questo rancore?».
Parla addirittura di «uso politico della morte», come se non fosse proprio chi ti ha voluto e fatto tanto male a usare la tua morte per minimizzare l’accaduto o addirittura negarlo o comunque raccontarlo a modo suo, profittando del fatto che non puoi più smentire certe frottole. Brambilla cita una frase di Paolo Mieli: «Non credo che Enzo avrebbe voluto essere ricordato per quell’episodio». Strano: ci avevi dedicato gli ultimi tre libri (l’ultimo, scritto con Loris Mazzetti, s’intitola «Quello che non si doveva dire») e ne parlavi sempre come della peggiore violenza che tu avessi mai subìto nella tua vita, peggio di quella della Dc che ti silurò dal tg Rai nei primi anni 60 e di quella di «Artiglio» Monti che ti cacciò dal Resto del Carlino.
(Enzo Biagi)
Così il diktat bulgaro viene ridotto a incidente di percorso, a sfogo momentaneo, peraltro giustificato dalle tue «esagerazioni» (avevi financo intervistato Montanelli e Benigni). E nessuno ricorda che ancora un anno fa l’amico Silvio, quello che ti stimava tanto, non contento di averti fatto licenziare dalla Rai, chiese di farti fuori anche dal Corriere: «È una vergogna che un giornale come il Corriere della Sera ospiti i rancori di un vecchio rancoroso che ce l’ha con me» (Ansa, 21 maggio 2006).
Per fortuna è rimasto in vita qualche tuo vecchio amico di buona memoria, come Sergio Zavoli, che ricorda come la tua «prova più ardua e iniqua» sia stata proprio l’editto bulgaro. Ma è uno dei pochi. Era già accaduto al vecchio Indro, anche lui come te troppo generoso per aggiungere al testamento la lista delle persone che non avrebbe voluto alle sue esequie (lui però, forse presagendo l’affollamento di coccodrilli e paraculi attorno al feretro, diede disposizione di non celebrare alcun funerale).
Prima di salutarti, caro Enzo, ti segnalo un’ultima delizia: Johnny Raiotta, quello del Kansas City, ha chiuso lo speciale Tg1 a te dedicato con queste parole: «Biagi fu cacciato dal tg dopo pochi mesi, io al Tg1 sono durato già il doppio. In qualche modo, l’Italia migliora…». Che vuoi farci, è l’evoluzione della specie.
Nell’orgia delle dichiarazioni entusiastiche per l’assoluzione di Silvio Berlusconi in Cassazione nel processo Sme-Ariosto, nessuno ha notato quella dell’on. avv. Gaetano Pecorella, che non è una toga rossa, ma il difensore del Cavaliere. Commentando la sentenza appena emessa dalla VI sezione del Palazzaccio, che ha confermato in toto quella della Corte d’appello di Milano, Pecorella ha detto all’Ansa: “Squillante per le sue funzioni non era in grado di ingerire con Sme: già per la Corte di Appello non c’era dubbio che il bonifico ‘Orologio’ sia riconducibile a Berlusconi, ma siccome non c’è stato alcun intervento di Squillante, quella dazione non prova l’iscrizione del magistrato al libro paga”.
Per capire meglio, riepiloghiamo brevemente i fatti. Berlusconi, i giudici Renato Squillante e Filippo Verde e gli avvocati della Fininvest, Cesare Previti e Attilio Pacifico, vengono rinviati a giudizio per corruzione nel processo “Sme-Asriosto” in base a due diversi capi d’imputazione:
1) la sentenza firmata nel 1986 dal giudice Verde (confermata dalla Cassazione nel 1988) che diede ragione alla cordata Fininvest-Barilla-Ferrero e torto alla Cir di Carlo De Benedetti nella causa con l’Iri per la mancata privatizzazione della Sme, sarebbe stata comprata con soldi della Fininvest e Barilla, finiti poi in parte a Verde e in parte a Squillante (che, pur non coinvolto nella controversia, avrebbe “aiutato” il buon esito del processo);
2) Squillante sarebbe stato “a libro paga” della Fininvest per ogni evenienza del gruppo, a suon di bustarelle che Previti, usando denaro di Berlusconi, gli avrebbe versati brevi manu in contanti e via bonifico sul suo conto svizzero.
Per il primo capo d’imputazione tutti gl’imputati, in tutti i processi, sono stati assolti: le prove che la sentenza Sme fosse comprata o non ci sono o sono insufficienti. Verde e Squillante ricevettero soldi in Svizzera, ma dopo il 1988, e non è sicuro che venissero pagati proprio per quel processo.
Per il secondo capo d’imputazione, i verdetti divergono: ma nessuno dei protagonisti può negare ciò che risulta dalle carte, e cioè che il 5 marzo 1991, dal conto svizzero della All-Iberian-Fininvest, “Ferrido”, alimentato con denaro di Berlusconi, parte un bonifico di 434.404 dollari (500 milioni di lire dell’epoca), alla volta del conto svizzero “Mercier” di Previti, che nel giro di pochi minuti gira la stessa somma al conto svizzero “Rowena” del giudice Squillante (riferimento in codice dell’operazione: “Orologio”). Berlusconi paga Previti che paga Squillante: non si discute.
Per il bonifico Orologio, infatti, Previti, Pacifico e Squillante vengono condannati a 6 anni dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Milano; poi la Cassazione, in extremis, manda tutto a Perugia per competenza territoriale, e lì il processo muore, ma non prima che i giudici umbri abbiano stabilito che i tre imputati erano colpevoli: il reato però è prescritto. Berlusconi viene processato separatamente, dopo lo “stralcio” del 2003 che lo divide dal coimputati. Il Tribunale lo dichiara responsabile del bonifico Orologio, ma grazie alle attenuanti generiche il reato è prescritto. La Corte d’appello invece lo assolve in base al comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura, stabilendo che le prove sono insufficienti o contraddittorie; la Cassazione, l’altro giorno, conferma.
Il procuratore generale Piero de Petris ricorre in Cassazione. Ma qui lo stesso Pg Oscar Cedrangolo, nella sua requisitoria, chiede alla VI sezione di rigettare il ricorso e confermare l’assoluzione “dubitativa” d’appello: sostiene che, se non si riesce a dimostrare che il giudice asservito agli interessi di un gruppo privato abbia compiuto un atto contrario ai doveri d'ufficio “nell'ambito della sfera di influenza delle sue funzioni”, cioè che è intervenuto ad aggiustare un processo, anche se ha preso soldi non può essere condannato. E nemmeno chi quei soldi gli ha versato.
Curiosa interpretazione, che contrasta quanto stabilito dalla stessa Cassazione il 23 maggio 1986: e cioè che il “lento e progressivo condizionamento delle sue scelte (di Squillante da parte di Previti, nda) rispetto a gruppi economici… sulla base di procurate occasioni di incontri, di regalie, di mondanità, di soddisfacimento di esigenze di gratificazione individuale di ogni specie… impone una rilettura normativa dell’ipotesi criminosa di corruzione, tutte le volte che abbiamo come riferimento fatti non solo di mercimonio dei doveri dell’ufficio in relazione ad atti squisitamente formali ma coinvolgenti la condotta generale di favoritismo e quindi antidoverosa del pubblico ufficiale…; e ciò soprattutto quando, come nel caso in esame, la corruzione investendo i doveri di base di una organizzazione [quella giudiziaria, ndr]… comporta la sistematica abdicazione dalle sue finalità legali”.
Insomma, se un gruppo paga un giudice perché sia sempre disponibile alle sue esigenze processuali, ancor prima che questo sentenzi e intervenga in suo favore, questa è ugualmente corruzione anche se poi non si riescono a collegare i versamenti con questo o quell’atto specifico. Ora invece il Pg – e, par di capire, anche la VI sezione che gli è andata dietro – stabilisce invece che, sì, è incontestabile che i 434 mila dollari del bonifico Orologio a Squillante provenivano dalla Fininvest, anzi da Berlusconi. Ma nessuno è riuscito a dimostrare un intervento di Squillante per alterare il corso della causa Sme. “In pratica – scrive l’Ansa riassumendo la requisitoria del Pg - la ‘generica disponibilità’ del capo dei gip della capitale e il fatto che abbia percepito soldi da fondi neri riconducibili a Silvio Berlusconi, non fanno di quest'ultimo un corruttore perchè alla ‘mazzetta’ in valuta statunitense è mancato un ‘controaltare’. E il solo ‘asservimento potenziale’ del magistrato, nonostante la tesi contraria sostenuta da De Petris, non ha ‘rilevanza penale’, ha concluso Cedrangolo”.
Ma qui c’è un errore marchiano: nessuno ha mai sostenuto che il bonifico Orologio (del 1991) fosse legato alla sentenza Sme (del 1986). Era invece nel capo d’imputazione che accusava Squillante di essere “stabilmente a libro paga” della Fininvest. Legato alla causa Sme, secondo l’accusa, era il versamento di 100 milioni che Barilla, tramite Previti, fece recapitare a Squillante dopo il buon esito della causa Sme in Cassazione. Il fatto più paradossale è che questo errore viene ripetuto pari pari dall’avvocato Pecorella che, con l’aria di dire una cosa carina sul suo illustre cliente, non fa che ribadire che Berlusconi pagava Squillante.
Ripetiamo testualmente le parole di Pecorella: “Squillante per le sue funzioni non era in grado di ingerire con Sme. Già per la Corte d’appello non c’era dubbio che il bonifico Orologio sia riconducibile a Berlusconi, ma siccome non c’è stato alcun intervento di Squillante, quella dazione non prova l’iscrizione del magistrato al libro paga”. Cioè: Berlusconi, secondo il suo stesso difensore, pagò un giudice tramite Previti, ma non è reato. Le motivazioni della Cassazione, a questo punto, si annunciano avvincenti: davvero la Suprema Corte metterà nero su bianco che è lecito pagare un giudice? O magari che è lecito solo quando lo fa Berlusconi?